La strada in salita
Iran, l’eterno dilemma dell’opposizione. Il popolo si prepara ad una seconda rivoluzione, ma non è ancora pronto
Dalle proteste bisogna passare alla resistenza armata. È questo il salto di qualità che viene richiesto all’opposizione iraniana. Sia quella nel Paese sia quella della diaspora.
Per quanto atroce possa apparire, il sacrificio di 30-40mila manifestanti, tra gennaio e febbraio, non è risultato sufficiente affinché il regime si sentisse in pericolo. «Forse abbiamo sottovalutato le capacità di sopravvivenza di mullah e Pasdaran», ci spiega una voce di quella contestazione che, da mesi, anima le piazze europee. «Siamo nelle mani di Stati Uniti e Israele. Ma non riusciamo a capirne la strategia», spiega a sua volta Ashkan Rostami, dissidente iraniano e fondatore dell’Institute for the new Middle East. Nell’attesa che si scateni l’inferno trumpiano, c’è il rischio di una nuova ritorsione del regime. Quello del Ministero iraniano dei giovani e dello sport, affinché studenti e atleti si riuniscano intorno ai siti nucleari del Paese, è infatti un appello al martirio. Pur di sopravvivere, Teheran è disposta a trasformare in un solo scudo umano un’intera generazione. Lecito chiedersi se i giovani di Teheran, Qom e Isfahan siano disposti a compiere questo gesto e così a obbedire a un sistema da loro avversato.
«Il crollo del regime non è immediato», aggiunge Rostami. I raid alle infrastrutture petrolifere nei Paesi confinanti e il persistere della crisi di Hormuz certificano che i Pasdaran hanno ancora delle carte da giocare. «Quando anche queste opzioni saranno finite, potrebbero disfarsi delle infrastrutture interne, seguendo un cammino di auto distruzione e di avvelenamento dei pozzi – nel senso letterale del termine, aggiungiamo noi – in modo che chi verrà dopo dovrà fare i conti con un Iran anno zero». Gli sviluppi della guerra permettono di tracciare uno scenario di durata della crisi. «Il caso serbo è esemplare», spiega Rostami. «Ai bombardamenti della Nato nel 1999 sono seguiti altri due anni di instabilità. Altrettanto si può prevedere in Iran. Del resto, sovvertire una struttura così complessa che governa il Paese da quasi mezzo secolo non è cosa facile».
Occorrono però tre cose. Che si crei una resistenza interna, che si confermi una classe dirigente in sostituzione degli ayatollah e, infine, che tutto il Paese sia davvero intenzionato a cambiare. La prima, la resistenza, è ancora in fase embrionale. L’altro giorno Trump ha detto che gli Usa hanno inviato armi nel Paese. «Sapete cosa è successo, però? Le persone a cui le abbiamo inviate le hanno tenute per sé. Quindi sono molto arrabbiato con un certo gruppo di persone e pagheranno un prezzo alto per questo». Non è chiaro a chi si riferisse il tycoon. Ancora a inizio marzo si parlava di un trasferimento di forniture militari in Iran attraverso il confine tagiko. Poi si è detto del Kurdistan. Tuttavia i Peshmerga – come altre milizie in Iraq – hanno fatto sapere di non essere coinvolti in questo traffico. «Di armi e munizioni siamo più che serviti», hanno risposto. Il dilemma operativo fa il paio con quello della sostituzione dell’establishment a Teheran.
Il principe Reza Pahlavi resta il candidato numero uno. Vuoi per le sue disponibilità finanziarie e i contatti politici, vuoi per l’assenza di un’alternativa altrettanto forte. «Forse un po’ meno sotto i riflettori nelle ultime settimane a causa del conflitto – aggiunge Rostami – ma il principe resta in stretto contatto con chi questo conflitto lo sta combattendo». Da settimane Pahlavi è a Parigi, città più vicina a Teheran rispetto agli Usa, dove invece risiede. Dalla Capitale francese gli torna anche più facile tenere unita l’opposizione, troppo spesso vittima di divisioni interne.
Infine va sciolto il dubbio sulla volontà popolare. «Questo è l’ostacolo più impegnativo da superare», conclude Rostami. «Abbiamo a che fare con uno zoccolo duro, ideologico, fatto di un 5% della popolazione iraniana, per nulla compromessa con le atrocità commesse dal regime, ma che grazie a questo ha sempre campato». Quanto è in grado l’Iran di accettare una seconda rivoluzione in meno di cinquant’anni?
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