L’Idf non si ferma. Dopo avere ucciso Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo per la sicurezza nazionale, e Gholamreza Soleimani, vertice delle milizie Basij, ieri è stato il turno del ministro dell’Intelligence, Ismail Khatib. La caccia alle alte sfere dell’Iran non si ferma. Una strategia, quella della decapitazione, che Israele ha utilizzato con tutti i suoi nemici, da Hezbollah agli Houthi fino ad Hamas. Ma i morti eccellenti nelle alte sfere della Repubblica islamica (mentre permane il mistero della Guida suprema, Mojtaba Khamenei) non hanno interrotto né la repressione né la ritorsione missilistica.

Ieri, le autorità iraniane hanno giustiziato un cittadino svedese (aveva ottenuto la cittadinanza nel 2019) che si trovava in prigione dalla Guerra dei dodici giorni e che era stato condannato a morte per spionaggio a favore di Israele. E la morte della presunta spia del Mossad, come è stata definita da Teheran, è il segnale di come la repressione all’interno del Paese sia sempre più forte. Ieri, il ministero dell’Intelligence iraniano ha annunciato di avere arrestato 111 membri di cosiddette cellule monarchiche. Il blackout di internet continua ininterrottamente. Ma mentre i Pasdaran continuano a lanciare missili su Israele, sulle basi americane e le monarchie del Golfo, ieri è scattata una nuova allerta per il mercato energetico.

L’Idf, in coordinamento con gli Stati Uniti, ha colpito gli impianti iraniani del giacimento South Pars. Un attacco che rappresenta il primo rivolto a infrastrutture del gas naturale e che ha centrato una riserva fondamentale per gli equilibri energetici mondiali. Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha avvertito che in seguito a questo bombardamento “è in vigore la legge del taglione e si apre un nuovo livello di confronto”. “La risposta dell’Iran prenderà di mira le infrastrutture nemiche che in precedenza si ritenevano sicure”, hanno avvertito dall’esercito.

E proprio per questo motivo, anche le monarchie del Golfo hanno condannato l’attacco israeliano. Gli Emirati Arabi Uniti hanno parlato di “una grave escalation”. Il Qatar ha bollato il raid come “pericoloso e irresponsabile”. Anche in Arabia Saudita l’allerta è massima, come confermato dalle forti esplosioni udite a Riad per due missili intercettati. E la paura delle petromonarchie arriverà sicuramente alle orecchie di Donald Trump, che ora deve gestire una nuova tegola interna. Dopo le dimissioni per protesta contro la guerra da parte di Joe Kent, ex capo del Centro nazionale antiterrorismo, ieri un nuovo caso.

In una deposizione davanti alla commissione Intelligence del Senato, Tulsi Gabbard non ha letto un passaggio del suo testo scritto dalla stessa direttrice dell’Intelligence nazionale in cui si diceva che l’Iran non aveva tentato di riattivare l’arricchimento dell’uranio dopo la guerra dei 12 giorni. Tesi che di fatto smentirebbe la Casa Bianca. Gabbard ha poi tentato di aggiustare il tiro. Anche il direttore della Cia, John Ratcliffe, ha ribadito che Teheran rappresentava una minaccia diretta per gli Stati Uniti. Ma per l’opposizione, è il segnale che nell’amministrazione Trump non tutti sono allineati al tycoon.