Su Taiwan bisogna fare chiarezza. Nei giorni prima di questo vertice Xi-Trump si è ipotizzato che l’isola di Formosa potesse essere la merce di scambio per giustificare la guerra degli Usa contro l’Iran. Ora, è vero che Xi Jinping ne ha fatto una questione personale. Ma è stato proprio il leader cinese, nel primo incontro di ieri, ad ammonire gli Usa, ma insieme a raffreddare gli animi. «Se Taiwan non sarà gestita correttamente, i due Paesi potrebbero scontrarsi o addirittura entrare in conflitto». Un invito, il suo, a non cadere nella trappola di Tucidide. Secondo lo storico greco, il rischio di guerra aumenta quando una potenza emergente minaccia di sostituire quella dominante. Pechino si conferma realista. Sull’esperienza dell’Ucraina per Putin e dell’Iran per Trump, è meglio evitare di impegnarsi in un conflitto di cui si può sapere l’inizio, ma non la fine.

Sprecare tempo, denaro e munizioni non conviene quando si è concentrati a stabilizzare l’economia. A confermarlo sono analisti di politica internazionale quanto osservatori “boots on the ground”, per esempio imprenditori europei, frequentatori dei mercati asiatici e che interpretano gli scambi commerciali Cina-Taiwan come un elemento di deterrenza a una qualche escalation di breve termine. Nel 2025 l’export taiwanese verso Cina continentale (Hong Kong inclusa) è stato di circa 170 miliardi di dollari, pari al 26,6% delle esportazioni totali dell’isola. Si tratta di rapporti commerciali concentrati soprattutto nei settori dei semiconduttori, componentistica elettronica, chip e macchinari industriali. Il modello di business prevede una forte integrazione tra le due economie, con le aziende taiwanesi che mantengono progettazione, ricerca e know-how tecnologico in casa, per poi spostare nella Cina continentale produzione e assemblaggio.

Non che questo neghi la delicatezza del dossier. Subito dopo il colloquio tra i due leader, Taipei ha fatto sapere che le “minacce militari della Cina sono l’unica fonte di instabilità nello Stretto”. D’altra parte, fonti informate escludono che Trump e Xi abbiano affrontato la vendita di armi degli Usa a Taiwan. A dicembre l’Amministrazione Trump aveva annunciato una fornitura da 11 miliardi di dollari. La più grande di sempre. Ne è seguita la protesta di Pechino, che ha fatto sapere che la mossa andava in controtendenza al principio di “una sola Cina”, che Washington non ha mai né sposato né avversato, e inoltre che smentiva la stessa legislatura di Taiwan, che si oppone all’acquisto di armi. Del resto, come ricorda Politico.com, la Washington di oggi è meno sorvolata dai falchi che difendevano Taipei quando invece alla Casa Bianca c’era Biden.

Comprarsi Taiwan oppure boicottarla

Escluso il conflitto diretto, quindi, Pechino ha due carte da giocare. Comprarsi Taiwan oppure boicottarla. Una strada non esclude l’altra. Entrambe sono già in corso. Ad aprile scorso, l’incontro a Pechino tra Xi Jinping e Cheng Li-wun, leader del partito taiwanese di opposizione, il Kuomintang (Kmt), è stato un evento storico. Non accadeva da dieci anni che un politico taiwanese attraversasse lo Stretto. E non è un caso che pochi giorni dopo proprio il Kmt abbia approvato solo i due terzi di un bilancio speciale per la difesa di 40 miliardi di dollari richiesto dal presidente, Lai Ching-te, finanziando l’acquisto di armi da parte degli Stati Uniti ma tagliando i programmi nazionali come i droni. Questo è il segno che a Taipei c’è chi rema contro l’indipendenza dell’isola.

Anche la continua esclusione dall’Oms di Taiwan è da attribuire alla Cina. Il problema è annoso e torna d’attualità ogni volta che ci si avvicina all’Assemblea generale dell’organizzazione (i prossimi 18-23 maggio, a Ginevra). Con il mondo in allarme per l’Hantavirus e viste le competenze tecnologiche proprie di Taiwan, il muro cinese è un problema per l’intera comunità internazionale. Un po’ come succede con Israele, con cui non si vuole parlare o fare affari per pregiudizio. L’ideologia prevale sulla ragione. Rinunciare alle competenze tecnologiche per un qualche principio è tutt’altro che strategico. D’altra parte, l’intransigenza nazionalista di Xi è nota. Lo scorso anno aveva ribadito che, entro il 2027, le forze armate cinesi (il People Liberation Army, Pla) devono essere «pronte alla contingenza Taiwan». Difficile immaginare il contrario. Tanto più che i vertici militari cinesi stanno marciando a tappe forzate per eguagliare la capacità operativa delle forze armate americane entro il 2035. La data improrogabile per Xi è il 2049, centenario di fondazione della Pla. Per quell’anno, Taiwan deve tornare sotto la protezione della madrepatria. Così dice Xi, che nel 2049 di anni ne avrà 96.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).