I colloqui falliti per una pacificazione fra Usa e Iran a Islamabad in Pakistan, recentemente conclusi attestano due novità significative. La partecipazione indiretta di una delegazione cinese alle trattative in Pakistan a Islamabad con un sostegno indiretto diplomatico cinese all’Iran. E la progressiva orientalizzazione dei colloqui di pace diplomatici per vari teatri di guerra, dall’Ucraina all’Iran. svoltisi negli anni più recenti prima a Istanbul, poi ad Abu Dhabi e Dubai, poi adesso in Pakistan.

Un disequilibrio che rende periferica l’Europa, ma anche, paradossalmente più isolazionista l’America di Trump, pure impegnata a riprendersi il ruolo di sceriffo dell’Ordine internazionale. La prosecuzione delle due guerre in Ucraina e in Iran, con quella collaterale in Libano, e le attività belliche nel Golfo Persico si sommano alla minaccia crescente della Cina verso Taiwan e della Corea del Nord verso il Giappone e la Corea del Sud. Significativamente, il più pericoloso e distante lancio di missili da parte dell’Iran verso l’Oceano Indiano, verso una distante base statunitense militare, quella di Diego Garcia, appare essersi basato sull’uso di un missile balistico di fabbricazione nordcoreana (con vettore Khorramshar 4 derivato dal Masudan Nord Coreano). Le guerre in corso evolvono, dunque, nel quadro di una guerra globale diffusa, in un pericoloso gioco di scacchi fra le superpotenze globali. Un gioco in cui perfino Europa, Turchia e India svolgono un ruolo marginale e da comprimari.

A tutto questo si aggiunge l’assenza del diritto internazionale, l’eclisse della diplomazia internazionale, l’affidabilità di trattative e mediazioni a affaristi come Witkoff e Dimitriev e l’errata percezione delle guerre come soluzione e panacea per i problemi internazionali. Il mondo che si dovrebbe globalizzare mediante dialogo, pace, economia, si sta globalizzando mediante odio, guerre e sanzioni e blocchi commerciali. Al blocco di Hormuz e a quello parallelo del Mar Nero per le due guerre in corso, potrebbero aggiungersi altri blocchi, nel Mar della Cina o nel Mediterraneo stesso. Il vero problema sta proprio nel gioco a scacchi fra le superpotenze che costantemente rischia di sfociare in guerre mondiali o continentali a lungo termine o nel rischio dell’uso del nucleare tattico. La politica espansionista di molte medie potenze: la prospettiva di una grande Israele che inglobi Libano, Gaza e parte della Siria, così come l’espansione territoriale di una grande Turchia con ambizioni che vanno da Cipro al Mar Nero, a Siria e Libia, si integrano con le pretese russe sull’Ucraina e in prospettiva sugli stati Baltici e sulle isole Svalbard e con quelle cinesi su Taiwan e sulle tante isole contese del mar della Cina.

Nel frattempo molti Stati, in varie parti del mondo, si contendono frontiere e territori nelle numerose e trascurate guerre collaterali in corso. L’intero pianeta appare come in un movimento geologico. L’Iran diventa così semplicemente uno scenario tra tanti della guerra globale, nata per ridisegnare confini, sfere di influenza s in definitiva l’ordine di priorità tra le superpotenze emergenti nella partita sul potere globale in corso: Cina, Turchia, India si avvantaggiano nel frattempo sia degli scontri regionali che di quelli globali. I rischi di questa complessa e confusa situazione sono molteplici: il primo, forse il meno evitabile, è la ucrainizzazione della guerra in Iran. Una prosecuzione in varie forme e per anni del conflitto. La seconda è l’esasperazione delle tensioni fra mondo arabo e Israele anche dal lato sunnita della Turchia e della Siria e non soltanto da quello sciita. La terza è l’accentuarsi della conflittualità diretta e indiretta tra cinesi e americani, peraltro alla vigilia dell’incontro fra i due rispettivi presidenti, previsto per il 14 e 15 maggio, durante la prevista visita in Cina di Trump. Rimane poi controversa e incandescente la situazione di Netanyahu e di Israele costretti di fatto, come avviene per Putin in Ucraina, a una guerra apparentemente infinita e senza sbocco.

Infine emerge il caotico ridefinirsi di confini, alleanze e minacce incrociate in Medio Oriente, dove i Paesi del Golfo devono giocoforza riconsiderare le loro alleanze. L’Iran, a differenza di Libia, Siria e Iraq nel passato, pur rimanendo un bad State e con una popolazione che in massa aspira alla libertà, si è rafforzato in questa fase, beneficiando dell’aiuto dietro le quinte di Russia, Cina e Corea del Nord.
In definitiva, i tentativi di Trump di riprendere il controllo dell’Iran rischiano se l’eroismo dell’indomito popolo iraniano non riesce a svincolare Teheran dal regime, di sfociare in un nulla di fatto, assomigliando così alle tante guerre dell’antico Impero Romano contro i Parti e i Sasanidi, che indebolirono sia l’impero Romano che quello Persiano, favorendo nel VII secolo d.C. il diffondersi dell’Islam.

Leonardo Dini

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