Le Ragioni di Israele
Guerra all’Iran, perché la tregua pakistana è solo un’illusione: i rischi per Israele e i vantaggi per il regime
La proposta del Pakistan di una tregua di 45 giorni tra Iran, Stati Uniti e Israele viene presentata come un’iniziativa diplomatica volta a ridurre la tensione e aprire uno spazio negoziale. In realtà, già guardando al ruolo di Islamabad, emerge con chiarezza come questa iniziativa sia tutt’altro che imparziale.
Il Pakistan e gli interessi personali nella guerra all’Iran
Il Pakistan è infatti fortemente dipendente dallo Stretto di Hormuz per i propri approvvigionamenti energetici. La riapertura del traffico marittimo non è per Islamabad una questione geopolitica astratta, ma una necessità concreta, quasi esistenziale. A questo si aggiunge un altro elemento interno: nelle ultime settimane il Paese è stato attraversato da proteste popolari anche violente, in larga parte a sostegno dell’Iran, percepito da ampi settori della popolazione come un alleato ingiustamente aggredito. In questo contesto, una tregua consentirebbe al governo pakistano di raffreddare la tensione interna e recuperare margini di stabilità.
L’esercito israeliano ha colpito diverse infrastrutture in territorio iraniano con una nuova ondata di attacchi, tra cui il complesso petrolchimico di South Pars, che si trova sul più grande giacimento di gas naturale al mondo dato che, secondo le stime, conterrebbe 51mila miliardi di metri cubi di gas. Si calcola che quasi metà della produzione di questa fonte di energia nella Repubblica islamica venga da qui. “La situazione è sotto controllo”, riporta l’agenzia di stampa iraniana Irna, citando la compagnia energetica. Altri obiettivi colpiti dall’Idf sono stati tre aeroporti a Teheran, Bahram, Mehrabad e Azmayesh.
Vantaggi e (soprattutto) rischi di una tregua per Israele
I vantaggi immediati di una tregua per Israele sono evidenti ma limitati. In primo luogo, la cessazione degli attacchi missilistici iraniani, come quello che ha colpito Haifa causando vittime e il parziale crollo di un edificio residenziale, con conseguenze drammatiche anche sul piano dei soccorsi. In secondo luogo, la possibilità di concentrare risorse militari e attenzione strategica sul fronte nord, dove Hezbollah rappresenta una minaccia crescente, che va assolutamente smantellata.
Tuttavia, questi benefici appaiono destinati a essere rapidamente superati dai rischi di medio periodo. La storia recente insegna che, nella logica strategica della Repubblica Islamica, ogni tregua non è un passo verso la stabilizzazione, ma solo una pausa operativa. Un tempo prezioso per riorganizzare la catena di comando, ripristinare le capacità logistiche, rafforzare la produzione di missili e ricostruire le infrastrutture di lancio. È esattamente quanto avvenuto dopo gli attacchi dello scorso giugno. Pensare che Teheran possa accettare una tregua come premessa di un accordo duraturo appare poco credibile. Più realistico è ritenere che utilizzerà quei 45 giorni per recuperare capacità e prepararsi alla fase successiva del confronto.
Lo stesso discorso vale, in forma ancora più evidente, per il programma nucleare. È vero che le operazioni militari hanno inflitto danni gravissimi alle infrastrutture iraniane. Ma se i circa 450 chilogrammi di uranio arricchito restano nella disponibilità della Repubblica Islamica, nessun accordo temporaneo e nessuna promessa potranno garantire che il progetto non venga ripreso, magari in modo più discreto e difficile da monitorare.
“La testa della piovra”
La proposta pakistana, quindi, si presenta come una soluzione razionale sul piano diplomatico ma fragile su quello strategico. Offre un beneficio immediato tangibile, ma al prezzo di un rischio futuro molto più elevato. Ed è proprio questo il nodo centrale: nel breve periodo la tregua riduce il danno, nel medio periodo rischia di moltiplicarlo.
In un contesto in cui l’obiettivo dichiarato di Israele è quello di neutralizzare in modo duraturo la minaccia iraniana, considerata la “testa della piovra”, concedere tempo all’avversario potrebbe rivelarsi non una scelta prudente, ma un errore strategico difficilmente reversibile. Gli interessi occidentali, nel lungo periodo, non possono che convergere con quelli israeliani: l’opportunità di stabilizzare il Medio Oriente è oggi concreta, e sprecarla significherebbe accettare di dover affrontare lo stesso problema, domani, in condizioni peggiori.
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