Politica
Sigonella, non una base negata ma mero rispetto dei trattati
Craxi osò sfidare gli alleati americani in una situazione ben diversa da quella recente. Il governo ha tutelato la supremazia italiana e la difesa del nostro ordinamento
Si è fatta una gran confusione in questi due giorni tra la decisione, in coerenza con la procedura dei trattati, della presidente del Consiglio di non potere concedere la base di Sigonella per bombardieri diretti in Iran e la decisione di Craxi di circondare i soldati americani nella stessa Sigonella per sancire il diritto di fermare, processare o lasciar partire i passeggeri di un aereo egiziano fatto atterrare in Italia senza preavviso.
Il caso riguardava anche gli Usa perché un cittadino statunitense, Leon Klinghoffer, di origine ebrea, era stato precedentemente ucciso nel corso del dirottamento della nave da crociera Achille Lauro e in quell’aereo figuravano quattro dirottatori e due dirigenti del Flp tra cui Abu Abbas, l’interlocutore col quale il governo italiano aveva trattato la liberazione dei passeggeri. Si rischiò uno scontro armato tra la Vigilanza aeronautica militare e i Carabinieri, da un lato, e i militari della Delta force, reparto speciale delle forze armate statunitensi, e a seguito di questo una rottura insanabile (che venne in seguito ricucita) tra il presidente americano Reagan e quello italiano Craxi. In sostanza due erano i principi a cui Craxi volle ispirarsi. Il primo era quello di garantire l’applicazione dell’accordo che Abu Abbas aveva siglato rispetto al caso Achille Lauro; il secondo era di difendere la potestà italiana in territorio italiano da chiunque, anche da un alleato come gli Stati Uniti d’America. Il caso provocò conseguenze politiche anche in Italia. I repubblicani si ritirarono dal governo, i comunisti votarono la fiducia a Craxi sul caso, i missini si divisero, alcuni apprezzando lo spirito patriottico che aveva ispirato il presidente del Consiglio.
Sigonella non è stata questione di basi negate, ma di supremazia italiana a difendere leggi italiane sul territorio italiano. Se si vuol fare un paragone occorre invece risalire alla negazione di utilizzare le basi americane in Italia per il bombardamento americano di Tripoli e Bengasi, nell’aprile del 1986, attacco determinato da un conflitto in acque internazionali tra marina libica e americana e da un attentato imputato alla Libia in una discoteca tedesca. L’Italia, già minacciata da due ordigni lanciati sull’isola di Lampedusa, si tirò fuori da un pericoloso conflitto che stava svolgendosi a poca distanza dalle sue coste. Citazione d’obbligo. Ma la scelta è analoga. Non con il caso Sigonella (vedere la Meloni che si rifiuta di parlare di notte con Trump pare irreale, come pare fuori misura vederla dare l’ordine ai carabinieri di circondare i marines) ma con il caso Tripoli, Bengasi che è di sette mesi dopo. Ricostruire il percorso di una idea corretta, e anche il suo contrario, è indispensabile.
Pensiamo invece al governo D’Alema che diede l’assenso ai bombardieri americani, senza lo scudo dell’Onu, che invece era stato concesso per il conflitto in Kuwait, per bombardare la Serbia, a cui diede qualche contributo anche l’aviazione italiana. Ma qui si allargherebbe troppo il discorso. Ci sono partiti che fanno una cosa all’opposizione, marce e manifestazioni, sit in, agitazioni in Parlamento, contro la liberazione del Kuwait dall’invasione irachena, autorizzata dalle Nazioni Unite e invece fanno l’opposto, e anche di più, partecipando alla guerra alla Serbia sotto l’egida della Nato.
Viene in mente, e la cosa è ben più recente, di quando Conte autorizzava la fornitura di armi alla resistenza ucraina dal governo e poi la contestava dall’opposizione. Ben altro il comportamento di Craxi che osò sfidare gli alleati, dopo aver loro assicurato lealtà con l’installazione, anche allora contestata dai comunisti, dei missili Cruise e Pershing a Comiso, puntati contro l’Urss, che ci aveva puntato contro i suoi SS20. Altri tempi, altri statisti…
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