La cellula terroristica affiliata al regime di Teheran individuata a Milano è tutt’altro che un caso isolato. La comunità dei dissidenti iraniani in Italia da anni denuncia i crimini della Repubblica Islamica dell’Iran, ribadendo con forza che tali crimini non riguardano solo ciò che accade dentro i confini iraniani, ma che la repressione esiste anche all’estero. Italia compresa. Il regime tenta di colpirci anche qui, nel cuore della democrazia europea che si proclama difensore dei diritti umani. La notizia della perquisizione di due iraniani è una prova concreta di tutto questo.

Intimidazioni, minacce e pressioni per noi sono all’ordine del giorno. Siamo destinatari di telefonate anonime, messaggi intimidatori e campagne diffamatorie. Durante le manifestazioni veniamo insultati pubblicamente, definiti “spie di Israele”, “agenti americani” o “guerrafondai”. E non si tratta solo di parole: in molte occasioni queste intimidazioni avvengono faccia a faccia, nelle piazze italiane, davanti a tutti. Durante alcune manifestazioni vengono esposte bandiere della Repubblica Islamica insieme a quelle di Hezbollah. Simboli di repressione, guerra e terrorismo.

Non è più solo propaganda digitale. È una strategia sistematica che si consuma sul territorio italiano, che mira a farci tacere, a isolarci e a spaventarci. A questo si aggiunge il ricatto subdolo sui nostri familiari rimasti in Iran e l’uso dei servizi consolari come strada di controllo della diaspora. Passaporti non rinnovati, documenti bloccati, ritardi arbitrari e negazione di servizi essenziali sono strumenti utilizzati per punire chi si espone politicamente contro il regime. E mentre questo accade, lo Stato italiano continua a mantenere un atteggiamento silenzioso e inerte. Recentemente, le autorità iraniane hanno annunciato la confisca dei beni degli iraniani all’estero che si oppongono. È una minaccia diretta a chi vive in Europa. A chi ha cittadinanza italiana o europea. Non siamo semplicemente “iraniani all’estero”, ma cittadini europei bersagliati da un regime straniero. Eppure, lo Stato italiano non risponde con la fermezza necessaria. L’ambasciatore del regime a Roma cita l’Italia come un Paese “amico”. È davvero inquietante.

L’Irgc, i Pasdaran iraniani, è stato ufficialmente riconosciuto come organizzazione terroristica da tutti i 27 Paesi dell’Unione Europea per il suo ruolo nella repressione interna, nelle attività militari e nelle operazioni destabilizzanti all’estero. Oggi il potere della Repubblica Islamica è nelle mani dei Pasdaran. Per questo, la bandiera del regime non può essere considerata un simbolo neutrale. Ma l’espressione di uno Stato controllato da una struttura terroristica riconosciuta ufficialmente dall’Unione Europea. Permettere la sua esposizione pubblica in Italia, mentre si afferma di combattere il terrorismo, è una contraddizione politica e morale inaccettabile.

Un altro elemento gravissimo è la presenza in Italia di centri culturali e religiosi legati alla Repubblica Islamica, in particolare a Milano e Roma. Queste strutture vengono spesso presentate come luoghi di attività culturale o religiosa, ma noi dissidenti sappiamo bene che troppo spesso funzionano come strumenti di influenza politica e controllo sociale della diaspora. In molti casi diventano punti di osservazione, pressione e isolamento nei confronti di chi si oppone al regime. La domanda è inevitabile: fino a quando il governo italiano continuerà a ignorare tutto questo? Non è un tema di politica estera. Si tratta della sicurezza di cittadini italiani ed europei, che dovrebbero essere protetti.

Rayhane Tabrizi

Autore