"Meloni si faccia sentire"
Il grido delle donne iraniane gela le vene del Senato: “Trump (e l’Italia) ci aiutino, le strade di Teheran odorano di sangue”
Testimonianze dell’orrore dai dissidenti ospitati dal Parlamento
«A Teheran l’aria odora di sangue». Occhi lucidi, silenzio teso, ascoltatori increduli. Sono le 11 del mattino quando, in Senato, entrano le dissidenti iraniane invitate dall’opposizione per raccontare ciò che sta accadendo a Teheran e in molte altre città dell’Iran. Il loro è un resoconto dell’orrore scandito con rigore, senza enfasi né indulgenze, ma con una precisione che rende ogni parola più pesante della precedente. L’inferno in terra, quello dei Guardiani della rivoluzione: terroristi che agiscono come mafiosi, killer senza umanità che precipitano il Paese in un abisso di abomini senza fine.
Le testimonianze dirette sono quelle dei parenti più stretti che telefonano, per brevi minuti, dall’Iran all’Italia. Le cifre che circolano sono spaventose. Si parla di circa 20.000 vittime, secondo i dati parziali raccolti dalle associazioni dell’opposizione. Numeri incompleti, per difetto: tre intere regioni insorte non sono riuscite a comunicare alcuna stima. Da oltre 160 ore, denunciano le attiviste, l’Iran è quasi totalmente isolato da internet. Un blackout informativo che serve a nascondere il massacro. «Sono ore contate per il regime di Teheran, non esiste alcuna prospettiva di negoziato con la Repubblica islamica», afferma l’avvocata e attivista Shervin Haravi. Ogni ora che passa, avverte, può significare nuove vittime innocenti. «Non si può parlare in alcun modo di una soluzione negoziale». Haravi descrive l’angoscia quotidiana prodotta dal blocco delle comunicazioni: solo pochi riescono a contattare i familiari. Lei stessa ha ricevuto notizie appoggiandosi alla rete Starlink tramite parenti all’estero, ma «molti non hanno alcun contatto e vivono in una condizione di angoscia continua».
Nonostante la repressione, le proteste continuano: si scende in piazza, si fugge quando iniziano gli spari, poi si rientra. Ma il numero reale dei morti resta sconosciuto e spesso nemmeno i corpi sono identificabili. «Siamo di fronte a un massacro e a un vero disastro umanitario».
I dettagli che emergono sono raccapriccianti. I militari del regime mitragliano i civili per strada, senza distinzione. Arrestano studenti e giovani manifestanti, li trascinano in manette davanti a “tribunali” che giudicano in cinque minuti, senza difesa. La camera della morte è spesso nella stanza accanto: tra la sentenza e l’esecuzione passano pochi minuti. I Pasdaran inseguono i feriti per finirli, a colpi di pistola o di coltello. In numerosi casi si infiltrano nei cortei e accoltellano i manifestanti alla gola, da dietro. Sarebbero almeno seicento gli omicidi compiuti con questa tecnica. Dopo, a corpo ancora caldo, sottraggono i portafogli: non solo per rubare, ma per risalire agli indirizzi. Le squadre del regime si presentano poi nelle case, saccheggiano computer, gioielli, denaro. Altri gruppi si dirigono negli ospedali con un compito preciso: uccidere quanti più ricoverati possibile. I cadaveri vengono stipati in migliaia di body bag nere e “offerti” alle famiglie in cambio di un riscatto. Se il prezzo è troppo alto, arriva la proposta finale: firmare un documento che trasformi il morto in un “difensore dello Stato islamico”. Così il numero dei manifestanti uccisi resta artificiosamente basso, mentre cresce quello dei presunti caduti del regime. Un meccanismo perverso, diabolico.
Davanti a questo scenario, le parole diventano ancora più nette. «In questo momento siamo favorevoli a un intervento degli Stati Uniti», dichiara l’attivista Rayhane Tabrizi. Con la sola forza del popolo disarmato, spiega, è impossibile abbattere un regime armato fino ai denti. La resistenza è resa ancora più difficile dall’impiego di milizie non iraniane: «Gruppi armati portati dall’Iraq per uccidere il popolo iraniano». Dopo 47 anni di lotta, oggi si parla di ore, di giorni. Serve una presa di posizione immediata. Tabrizi racconta anche la propria storia personale: un’infanzia e un’adolescenza trascorse sotto la repressione, otto anni vissuti sotto le bombe della guerra Iran-Iraq. «Ce l’abbiamo fatta allora, ce la faremo anche questa volta», dice. Ma oggi il nemico è un regime teocratico che uccide i propri cittadini, persone che hanno lo stesso sangue di chi spara contro di loro. Una guerra interna che dura da 47 anni, dall’avvento degli ayatollah, e che oggi si intreccia con un progetto più ampio: il controllo dell’Iran, del Medio Oriente, l’espansione ideologica e militare, fino al coinvolgimento diretto in altri conflitti, dall’Ucraina alla collaborazione con la Russia.
«Oggi è arrivato il momento per il governo e il parlamento italiano di vietare l’ingresso ai funzionari iraniani e di dichiarare le Guardie della rivoluzione islamica (i Pasdaran) come organizzazione terroristica», ha detto l’attivista iraniano Rostami nel suo intervento, invitando anche a «cessare i rapporti politici ed economici» e a «chiudere tutti i centri culturali e islamici che continuano a diffondere la propaganda della Repubblica islamica anche in Italia, rappresentando un pericolo enorme». L’appello alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è ad assumere «una posizione immediata e seria».
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