Di fronte alla riproposizione nel mondo, sotto varie forme, del pericolo autoritario, va fatta una riflessione a tutto campo. Dal 1989 al 1991 si è nutrita una illusione e cioè che la fine del totalitarismo comunista su tutta una larga parte dell’Europa, Russia compresa, segnasse il decollo di una nuova fase fondata sullo sviluppo inarrestabile della liberaldemocrazia.

Anne Appelbaum nel suo Autocrazie, ne analizza la rinascita in molte parti del mondo. L’Occidente deve, o meglio dovrebbe essere la diga nei confronti dell’offensiva autoritaria che ha anche contenuti anti occidentali. La contraddizione drammatica però è costituita dal fatto che lo spirito autocratico è penetrato anche al suo interno e Trump ne è una imprevedibile manifestazione. Di qui l’importanza decisiva dell’Europa sia per la crescita economica sia per la liberaldemocrazia. Di qui il discorso di Draghi di qualche giorno fa. Guai quindi ad abbassare la guardia sull’Ucraina: per un verso Putin concentra il fuoco su questa nazione perché ha in testa il rilancio della Grande Russia. Per altro verso però il vero obiettivo di Putin è la disintegrazione dell’Europa. Non a caso vanno segnalate la nascita e lo sviluppo nel nostro continente dei partiti putiniani: come vedremo la questione ha riflessi che riguardano in modo significativo anche l’Italia.

L’altra questione decisiva riguarda la difesa di Israele di cui tuttora l’Iran afferma l’intenzione di distruggere di qui a 15 anni. Sul terreno della guerra mediatica, che è altrettanto importante di quella militare, il grande errore del governo israeliano è stato quello di non far vedere al mondo le immagini reali di ciò che è avvenuto quel giorno. Finora Trump ha ottenuto a Gaza due soli risultati rilevanti: la tregua e la restituzione degli ostaggi. Ma tuttora Hamas a Gaza rimane in campo dominante e con le armi leggere e non è stata disarmata mentre dal Libano Hezbollah continua a lanciare missili su Israele: quindi al di là della propaganda fondata sulla parola chiave “genocidio” che è un falso, a Gaza una serie di questioni rimangono del tutto aperte e non per responsabilità israeliane.

Infine, la tutela di Taiwan è di straordinaria impronta da due punti di vista: da quello della libertà e da quello tecnologico. Solo un economicista assoluto come Trump può trascurare l’importanza sul terreno dei valori di tutelare la libertà a Taiwan evitando che essa faccia la stessa fine di Hong Kong. Dal punto di vista geopolitico poi Taiwan è parte di una coalizione nell’estremo Oriente volta a contestare il predominio della Cina imperniata sul Giappone, la Corea del Sud e una serie di altre nazioni. Però anche un economicista come Trump dovrebbe tener conto dell’imposta decisiva che ha Taiwan oggi sul terreno tecnologico.

Di conseguenza la posizione sulla Ucraina, su Israele e su Taiwan, è la cartina di tornasole per giudicare leaders, forze politiche e governi. Ciò vale a maggior ragione per l’Italia dove il bipolarismo è così sconclusionato che su questioni di politica estera, le coalizioni presentano divisioni profonde, anche se finora il trio Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Guido Crosetto, è riuscito a tener la barra dritta sulla questione fondamentale riguardante l’Ucraina.