Medio Oriente
Teheran colpita ma non affondata, Mojtaba: “Gli Usa non avranno più un rifugio in Medio Oriente”
Gli Stati Uniti tornano a colpire l’Iran e ciò suona anche da avvertimento alla Repubblica islamica che sta abilmente sfruttando la tregua per guadagnare tempo, prendere fiato, riorganizzare il suo apparato militare gravemente danneggiato e mettere sotto stretto controllo ogni angolo delle strade dei centri urbani del paese per prevenire una nuova ondata di proteste grazie alle decine di migliaia di milizie mercenarie sciite straniere fatte affluire nel paese. Dopo la decimazione dei reparti basij per effetto dei bombardamenti israeliani, i guardiani della rivoluzione hanno arruolato uomini donne e bambini tra le forze di sicurezza i quali sono stati addestrati all’uso degli Ak-47. “Gli Stati Uniti non avranno più un rifugio sicuro nella regione”, si legge in una dichiarazione attribuita alla guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei che sembrerebbe aver trovato protezione a Londra dove possiede un enorme patrimonio immobiliare. I recenti attacchi statunitensi contro obiettivi militari nel sud dell’Iran sono avvenuti mentre i negoziatori iraniani si trovavano a Doha dove proseguivano gli sforzi per trasformare il fragile cessate il fuoco in un accordo più ampio.
Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, il capo negoziatore di Teheran e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi hanno avuto colloqui con funzionari del Qatar. Anche il governatore della Banca Centrale iraniana, Abdolnasser Hemmati, ha partecipato alle discussioni, secondo l’agenzia di stampa iraniana Mehr, mentre Teheran preme per ottenere l’accesso ai beni congelati a causa delle sanzioni occidentali. Il Qatar, insieme al Pakistan, è emerso come un mediatore chiave. La spinta diplomatica è arrivata dopo che l’esercito statunitense ha dichiarato lunedì sera di aver condotto attacchi, definiti di “autodifesa”, contro siti missilistici e imbarcazioni posamine iraniane nel sud dell’Iran. Gli attacchi sono stati condotti per proteggere le truppe statunitensi dalle minacce poste dalle forze iraniane che restano ferme nell’intenzione di mantenere il controllo dello Stretto di Hormuz.
Martedì il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha descritto gli attacchi come parte degli sforzi per riaprire lo strategico Stretto. “Gli stretti devono essere aperti, lo saranno in un modo o nell’altro, quindi devono essere aperti”, ha detto Rubio ai giornalisti a margine della sua visita in India. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha descritto la bozza di accordo come un quadro di riferimento in 14 punti piuttosto che un accordo definitivo, affermando che ulteriori dettagli verrebbero negoziati in un periodo compreso tra 30 e 60 giorni. I principali punti critici includono le scorte di uranio arricchito dell’Iran, l’allentamento delle sanzioni e le rivendicazioni di sovranità di Teheran sullo Stretto di Hormuz. Il blocco di fatto imposto dall’Iran a questa strategica via navigabile, attraverso la quale transita circa il 20% del consumo globale di petrolio e prodotti petroliferi, ha interrotto le forniture energetiche globali e scosso i mercati petroliferi.
Al momento, pensare che si possa giungere ad un accordo a breve è pura fantasia. I guardiani della rivoluzione non vogliono rinunciare al controllo dello stretto e vogliono gestire la stretta via d’acqua del Golfo Persico taglieggiando i proprietari delle navi che intendano transitare in sicurezza estorcendo loro pedaggi in yuan cinesi. Ed è ciò che temono di più i Paesi del Golfo. Temono che la condizione che l’Iran «controlli» l’apertura di Hormuz e ne regoli il passaggio, diventi la nuova normalità della regione. Per Teheran, quella energetica, si conferma la sua guerra parallela. È la guerra che punta a vincere essendo stata duramente sconfitta sul piano militare. Per questo Teheran sembra non avere alcuna intenzione di rinunciare a una leva di deterrenza così preziosa ed efficace, di importanza strategica quasi quanto quella del nucleare. Anche questo negoziato sembra destinato a fallire, la guida suprema della Repubblica islamica Mojtaba Khamenei ha affermato che l’uranio arricchito deve rimanere nel Paese e che il programma missilistico è un’altra linea rossa per Teheran.
Domenica Trump ha telefonato a 16 leader dei paesi del Medio Oriente compresa la Turchia dicendo: “Vi chiedo di sostenere questo accordo con l’Iran e di entrare nei patti di Abramo”, ovvero negli accordi di pace con Israele. L’intenzione di Trump è quella di lavorare a una pacificazione fra l’ampia regione musulmana e lo Stato di Israele, capace di ridare un nuovo volto al Medio Oriente per renderlo stabile, creare un asse fra India, Medio Oriente, Caucaso, Europa occidentale e Stati Uniti, in alternativa alla via della seta, in funzione anti Iran e anti Cina.
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