Esteri
Iran, chi rappresenta davvero il popolo? I limiti del consenso a Reza Pahlavi all’estero
In risposta all’articolo di Silvestro Gallipoli, “Reza Pahlavi e il suo successo in Occidente. Qui gli iraniani possono fare la loro scelta”, pubblicato su Il Riformista l’8 aprile 2026, a sua volta replica a un mio articolo del 1° aprile, è necessario riportare il dibattito su un terreno più aderente alla realtà iraniana. L’articolo sostiene che il consenso che circonda Reza Pahlavi all’estero rifletta la volontà autentica del popolo iraniano. È una tesi suggestiva, ma incompleta. L’Iran non è uno spazio libero; ma nemmeno l’esilio è neutro. La visibilità politica fuori dal Paese è filtrata da reti e accesso mediatico: non tutto ciò che emerge all’estero rappresenta automaticamente l’Iran.
Presentare Pahlavi come figura di transizione significa rimuovere un nodo storico centrale. La monarchia è stata rovesciata nel 1979 contro un sistema repressivo, sostenuto anche dalla SAVAK, la polizia segreta dello Scià nota per torture e persecuzioni. Quell’eredità viene oggi richiamata senza alcuna distanza critica. Non solo: durante il suo recente tour europeo, in un’intervista al programma svedese Agenda, Pahlavi ha dichiarato di esserne “orgoglioso”. Una posizione difficilmente conciliabile con l’idea di rottura. Il punto centrale riguarda il suo progetto politico. Nella piattaforma proposta per l’Iran del futuro, la fase di transizione prevede una forte concentrazione dei tre poteri, esecutivo, legislativo e giudiziario, nelle mani di un’unica figura. Invece della separazione tra governo, Parlamento e magistratura, principio base di ogni democrazia, si delinea un sistema accentrato. L’idea di un consenso diffuso è inoltre parziale. Nelle piazze iraniane lo slogan è chiaro: “abbasso l’oppressore, sia esso lo Scià o la Guida”. È una presa di posizione netta contro entrambe le forme di autoritarismo.
C’è poi un elemento politico spesso sottovalutato. La centralità attribuita a Pahlavi finisce per rafforzare, anche involontariamente, la narrativa del regime. In questo contesto, la delegittimazione dei Mujahedin-e Khalq non è secondaria. Riproporre accuse come “tradimento” o “marxismo islamico” senza interrogarsi sulla loro origine significa riecheggiare il linguaggio degli apparati repressivi. Queste etichette nascono con la SAVAK e vengono poi riprese dalla SAVAMA, l’intelligence dei mullah, per giustificare arresti, torture ed esecuzioni. Ripeterle oggi senza distanza critica non è neutrale: è pericoloso, perché finisce per legittimare, seppur indirettamente, la repressione che ne deriva. E i fatti lo dimostrano: il sostegno, reale o presunto, a questo movimento continua a essere punito con il carcere e la pena capitale, come indicano anche le esecuzioni di almeno otto suoi sostenitori nelle ultime settimane.
La questione decisiva, pertanto, non è quale nome circoli di più in Occidente, ma quale forza rappresenti una minaccia concreta per il regime. Il criterio più semplice è anche il più oggettivo: chi paga il prezzo. Oggi non sono le figure più visibili nei salotti occidentali a riempire le carceri iraniane. Sono, invece, attivisti e sostenitori di reti organizzate, perseguiti proprio per il loro radicamento. Il futuro dell’Iran non può essere costruito da chi non rappresenta un costo per il potere. Può emergere solo da chi quel costo lo paga ogni giorno. La fine delle esecuzioni, la liberazione dei prigionieri politici e il riconoscimento di chi oggi è nel mirino del regime sono il punto di partenza per qualsiasi discorso serio sul futuro dell’Iran.
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