Iran
Reza Pahlavi e il suo successo in Occidente. Qui gli iraniani possono fare la loro scelta
L’ipotesi di un ritorno in patria per lo Scià non nasce dai salotti europei, ma dalla voce di quell’Iran che, al di fuori dei suoi confini, può parlare liberamente senza essere ucciso o torturato dal regime
L’articolo di Ghazal Afshar pubblicato su Il Riformista lo scorso 1 aprile pone una questione seria, e merita di essere discusso seriamente. Il rischio che l’Occidente provi a costruire nei propri salotti un’alternativa iraniana di comodo esiste, ed esisterà sempre. Ma proprio perché il tema è troppo importante per essere semplificato, bisogna aggiungere un elemento decisivo che in quell’analisi manca: ciò che oggi appare come un fenomeno “esterno” è spesso, in realtà, l’unica forma visibile di una volontà popolare che dentro l’Iran non ha modo di esprimersi liberamente. Frequento le manifestazioni dei ragazzi iraniani, parlo con loro, resto in contatto quotidiano con molti di loro, cerco di sostenerli come posso, perché per il loro coraggio nutro una sincera ammirazione. E quello che vedo non è l’effetto artificiale di una regia occidentale. Vedo piuttosto un pezzo di popolo iraniano che, non potendo parlare in patria, prende parola fuori dai suoi confini.
Il nome di Pahlavi
Questo è il punto decisivo. In un Paese libero, il consenso si misura nelle piazze, nei partiti, nei giornali, nelle associazioni, nelle elezioni. In Iran no. In Iran la libera manifestazione del dissenso si paga con il carcere, con la tortura, spesso con la vita. In un sistema del genere è inevitabile che una parte della vita politica reale del Paese si sposti fuori dai confini nazionali. Non perché sia meno autentica, ma perché è l’unico spazio in cui può respirare. Per questo trovo riduttivo leggere il ruolo di Reza Pahlavi come una semplice costruzione di corridoio. Il fatto che il suo nome emerga fuori dall’Iran non dimostra affatto che sia stato fabbricato fuori dall’Iran. Dimostra, semmai, che è fuori dall’Iran che oggi gli iraniani possono dichiarare liberamente una preferenza politica senza finire nelle mani del regime. E qui entra in gioco un dato che, dal mio osservatorio, colpisce per la sua nettezza. Tra i giovani iraniani con cui parlo, il nome di Pahlavi ricorre continuamente. Non come nostalgia meccanica del passato, non necessariamente come domanda di restaurazione monarchica, ma come riferimento per una fase di transizione. Una figura di garanzia, capace di rappresentare una rottura col regime e insieme di offrire una sponda di riconoscibilità internazionale in un momento inevitabilmente fragile.
La funzione
Questo non significa che il futuro dell’Iran debba essere deciso in anticipo. Al contrario. Molti di questi ragazzi dicono una cosa molto semplice: sarà il popolo iraniano, in condizioni di libertà, a decidere la forma dello Stato. Ma per arrivare a quel momento serve una transizione credibile. E, nella loro percezione, Pahlavi incarna questa funzione. Lo stesso vale, in senso opposto, per i Mojahedin del Popolo. I Mojahedin sono percepiti come un movimento ideologicamente ambiguo, con radici islamiste, lontano dall’idea di una società libera e laica che questi ragazzi chiedono. Ma, soprattutto, sono segnati da una ferita storica che in Iran non si è mai rimarginata: l’aver combattuto al fianco di Saddam Hussein durante la guerra Iran-Iraq. Per molti giovani iraniani, questo non è un dettaglio. È un marchio di tradimento. Per questo il problema, a mio avviso, non è che l’Occidente ascolti troppo ciò che si muove fuori dall’Iran. Il problema è che spesso non capisce che oggi una parte dell’Iran reale può farsi sentire quasi solo lì. Scambiare la geografia della libertà con la geografia della legittimazione è un errore analitico grave. Che una preferenza politica si manifesti a Parigi, Berlino, Toronto o Roma non significa che sia nata nei corridoi europei. Significa che lì, e non a Teheran, può essere pronunciata senza paura.
Perché Pahlavi piace
La domanda vera, allora, non è se Pahlavi piaccia ai salotti occidentali. La domanda vera è perché, ogni volta che gli iraniani possono parlare liberamente, il suo nome riemerga con questa insistenza. La mia risposta, per quello che vedo e ascolto, è semplice: non siamo davanti a una costruzione artificiale calata dall’alto, ma all’emersione esterna di una domanda politica che dentro l’Iran viene repressa. Per capire l’Iran di oggi bisogna partire da qui: non dai corridoi occidentali, ma da quel popolo iraniano che fuori dai confini dice finalmente ciò che in patria non può dire.
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