«Le relazioni tra la Persia e Israele affondano nella tradizione biblica e trovano nuovo vigore nella storia del Novecento». Così il figlio dello scià di Persia, Reza Pahlavi, risponde alla domanda del Riformista, su come saranno i rapporti tra Israele e l’Iran una volta che il regime degli ayatollah verrà abbattuto in via definitiva.

Intervistato dal direttore del Tempo, Daniele Capezzone, Pahlavi è intervenuto a un incontro con la stampa e le istituzioni italiane, ieri al Centro Studi Americani, organizzatore dell’evento, in collaborazione con l’Istituto Friedman. «Fu Ciro il Grande, dopo la conquista di Babilonia (VI secolo aC), a liberare il popolo ebraico dalla schiavitù, a permettere che tornasse in patria e ricostruisse il Tempio di Gerusalemme». Alla pagina di Sacre Scritture si aggiunge l’impegno del nonno di Reza Pahlavi, lo scià suo omonimo, nell’ospitare alcune famiglie ebree in fuga dalla Germania nazista. La normalizzazione dei rapporti Iran-Israele rientra quindi nei piani di Pahlavi. Trova giustificazione nella storia. E intende restaurare le relazioni passate. Prima dell’avvento del regime, la comunità ebraica persiana era un pilastro culturale ed economico del Paese.

«Mentre gli occhi del mondo sono puntati su Hormuz e la guerra, la repressione continua», dice ancora il leader della diaspora monarchica. «Faccio quindi appello ai governi di tutta Europa perché si ponga uno stop alle esecuzioni. Il Paese è già vittima di una grave crisi economica, il caro-vita colpisce tutte le fasce sociali, internet è inaccessibile praticamente ovunque. Bisogna fare qualcosa». Con Roma, prosegue il viaggio nelle Capitali europee di Reza Pahlavi. Le tappe precedenti erano state Parigi, Stoccolma, ma soprattutto Monaco, a metà febbraio, con l’intervento alla Munich Security Conference e la partecipazione alla più imponente manifestazione della diaspora iraniana. Prima dello scoppio delle manifestazioni, Pahlavi promuoveva la “causa persiana” tra le due coste degli Stati Uniti. Il suo obiettivo è mostrarsi vicino appunto a chi, tra gli iraniani espatriati, sostiene le proteste nel Paese. «La diaspora è il nostro corpo diplomatico». Ma quello di Pahlavi è anche un tour di pressione politica. «Aspettare che il regime cambi, pensare che i negoziati portino a qualcosa è solo uno spreco di tempo. La struttura terroristica dei Pasdaran è ancora in funzione. L’unica soluzione è abbatterli».

Pahlavi si rende conto che la chiusura di Hormuz genera nervosismo e mette sotto pressione la comunità internazionale. La mossa rientra nella modalità ricattatoria di Teheran per sopravvivere. E altrettanto portare avanti il suo progetto nucleare. Altro dossier, questo, su cui Pahlavi dice di avere le idee chiare. «Sarà sicuramente arrestato», risponde sempre al Riformista. Nei piani del principe, un Iran post-ayatollah sarebbe infatti libero, laico e democratico. «Io mi assumo solo la responsabilità di governarlo in via transitoria. Poi sarà l’Assemblea costituente e la popolazione, con un referendum, a stabilire quale sarà la sua prossima forma di governo». Una roadmap che deve includere il passaggio pacifico dei poteri. Il progetto implica però che la popolazione si sollevi. È necessario che si passi dalle manifestazioni alla resistenza. «Per farlo, il popolo iraniano dev’essere ascoltato. Non è possibile che vada avanti da solo».

«Come italiano auspico che il nostro governo ascolti il messaggio del leader iraniano. È lui l’alternativa per la transizione alla democrazia costituzionale in Iran, per cancellare il regime disumano della Repubblica islamica e riportare stabilità e pace in Medio Oriente», dichiara Mariofilippo Brambilla di Carpiano, componente del Team del Principe Reza Pahlavi per i rapporti istituzionali con l’Italia, che da sempre personalmente si batte per la liberazione del popolo iraniano dal regime islamico e il suo diritto al voto libero per costruire uno Stato democratico.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).