L’analista dell’Inss di Tel Aviv commenta prospettive e sondaggi
Beni Sabti sul futuro dell’Iran: “Pahlavi, l’unica scelta. Il 50% degli iraniani sarebbe favorevole a riconoscere Israele”
«Può durare ancora due anni». È la previsione che fa Beni Sabti, ricercatore israelo-iraniano dell’Inss (Institute for national security studies) di Tel Aviv, intervenuto ieri a Milano in una conferenza stampa promossa dall’Eipa (Europe Israel press association) e voluta da Alessandro Litta Modigliani, insieme a Giulio Gallera (Consigliere regionale Forza Italia), dopo che altre istituzioni si erano dette perplesse sull’opportunità dell’incontro. In attesa di un aggiornamento da Washington sui negoziati, Sabti traccia uno scenario completo del regime. «Siamo a una replica dell’Unione sovietica alla fine degli anni Ottanta». Il nemico di entrambi i regimi – gli Usa di Reagan per l’Urss e quelli di Trump per l’Iran – ha dato un colpo di acceleratore alle spese militari e alla ridefinizione dell’ordine internazionale. «Teheran oggi, come allora Mosca, è costretta a un altrettanto sforzo. La guerra costa, però».
Come esempio, Sabti ricorda i 2,1 miliardi di dollari spesi in un singolo giorno per il lancio di 300 missili verso Israele. Un costo insostenibile per le casse di un Paese già sotto stress dopo decenni di sanzioni. Tenendo conto delle spese di riparazione della guerra dei dodici giorni. «Lì il sistema ha mostrato tutta la sua debolezza». Sono stati colpiti i siti di arricchimento di uranio, ma soprattutto uccisi almeno 18 ingegneri. Di cui tre in grado di costruire un ordigno atomico. «Il punto debole di Teheran è non aver previsto un programma di ricambio al vertice». Ayatollah e Pasdaran sono ingabbiati in un’ideologia distruttiva e auto-distruttiva. «Non sanno negoziare. Non parlano inglese. Non si rendono nemmeno conto che il 92% dell’opinione pubblica è loro antagonista». L’analista cita un sondaggio realizzato dallo stesso governo di Teheran. Non divulgato, ma di cui l’Inss è entrato in possesso. «Il 50% dei cittadini iraniani sarebbe favorevole al riconoscimento di Israele. Altro che sostegno a Hamas e Hezbollah, Teheran dovrebbe governare sul proprio Paese e non fomentare il terrorismo islamico nel mondo».
Questo però è un quadro che non facilita l’uscita dalle secche in cui arenato il conflitto. «Trump ha compromesso i rapporti con l’opposizione. Ha pensato di impiegare kurdi e altre minoranze, come alternativa a un intervento boots on the ground degli Usa. Al contrario, Washington dovrebbe promuovere una resistenza armata di respiro nazionale e concentrarsi sull’eliminazione chirurgica dei comandanti dell’Irgc. Infine, ha gestito male la rete di alleanze locali». Prima tra tutti Israele. Il governo Netanyahu è troppo vicino a Donald Trump. «Questo non va bene». Osserva Sabti. I Paesi del Golfo, mai successo nella loro storia, si sono trovati coinvolti direttamente in un conflitto. E ora si dicono disponibili a un compromesso. «Meglio convivere con il mostro». Del resto, da sempre le banche degli Emirati e dell’Oman accolgono volentieri le ricchezze di Ayatollah, guardiani della rivoluzione e basiji. La convinzione dogmatica di superiorità – per Sabti l’Iran continua a ritenersi un impero – si associa alla spregiudicatezza di tenere i soldi all’estero, qualora si fosse costretti a scappare. Il tutto sotto l’ombrello protettivo della Cina. Che non interviene direttamente. Ma è chiaro per chi parteggi.
«Ora tutto dipende da Trump». Conclude Sabti. Sia per i negoziati sia per un’eventuale successione. Fa spallucce l’analista israeliano quando gli si chiede un giudizio sul memorandum d’intesa. «Con i negoziati che non hanno valore, lo stesso documento perde di consistenza». Più interessante ragionare del post-regime. Visto che comunque si parla di due anni di vita. «Reza Pahlavi magari non sarà la figura più capace di governare il futuro. Ma è l’unica alternativa che si è presentata. La sua proposta di transizione è un modello da tenere a mente. Trump ha commesso un commesso un grave errore a prenderne le distanze a marzo». Specie se si valuta che il Piano B emerso da Teheran, Mahmud Ahmadinejad. «Un nome presentabile, che Israele sarebbe il primo a rifiutare».
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