L’opinione pubblica iraniana non si può comprare
Reza Pahlavi alla guida della transizione, gli iraniani non ammettono ambiguità
Negli articoli pubblicati su Il Riformista, uno di Ghazal Afshar del 1° aprile e l’altro di Silvestro Gallipoli dell’8 aprile, ho letto con interesse quello che spero sia uno spunto di riflessione per una discussione sulla auspicata transizione democratica in Iran. Noto che due cori infiammano le piazze iraniane. Entrambi rappresentano una volontà popolare e una nuova coscienza politica: “Lunga vita allo scià!” e “Vergogna per i tre corrotti: mullà, sinistra e mujahidin!”. Per comprendere meglio i moti popolari odierni dell’Iran è necessario soffermarsi sul terzo soggetto richiamato nel coro: i “Mujahidin del Popolo”, che risultano essere particolarmente impopolari. Il motivo è che gli iraniani combattono per la laicità e non è possibile presentare come pienamente laico e secolare un movimento che già nel nome conserva il lessico del jihad.
Di certo gli iraniani non vogliono sostituire una Repubblica islamica con un’altra Repubblica islamica. I mujahidin contribuirono nel ‘79 alla Rivoluzione Islamica. Rivendicare con fierezza le proprie radici islamiche rivoluzionarie, dopo le conseguenze catastrofiche della Repubblica Islamica, non affascina gli iraniani. In ultimo, non si deve dimenticare che i mujahidin sono stati riconosciuti come organizzazione terroristica fino al 2009 in Europa e fino al 2012 negli Stati Uniti. Se in Occidente riescono a presentarsi come un’opposizione legittima alla Repubblica Islamica è perché hanno attuato un’imponente campagna d’immagine. Nonostante si parli soltanto di 5.000 o 10.000 membri, i mujahidin, negli anni, hanno investito in politici e avvocati retribuiti per partecipare ai loro convegni e, tramite una rete di associazioni di facciata per i diritti umani e per la libertà, hanno costruito una fitta trama di contatti nelle principali capitali europee. Ma l’opinione pubblica iraniana non si può comprare così.
Ritorniamo a: “Lunga vita allo scià!”. Lo scià nell’immaginario collettivo iraniano non è soltanto Reza Pahlavi, ma un’istituzione fondativa che prescinde le epoche, non per niente la pietra miliare della letteratura persiana è lo “Shahnama”, cioè il “Libro dei re”. Nel contesto dell’appello di Pahlavi, secondo un diplomatico europeo citato da Iran International sulla base di informazioni d’intelligence, l’8 gennaio almeno 1,5 milioni di persone sarebbero scese in piazza a Teheran, mentre la stima nazionale per l’8 e il 9 gennaio arriverebbe ad almeno 5 milioni in tutte le 31 province. La capacità di incidere sulla mobilitazione indica che Pahlavi intercetta non solo il mondo monarchico, ma anche settori repubblicani favorevoli a una transizione referendaria. Infatti, egli stesso si propone come guida di una transizione democratica che indirà, come primi provvedimenti: un referendum per decidere tra monarchia parlamentare o repubblica, elezioni per un’Assemblea Costituente e un referendum per l’approvazione della costituzione. Pahlavi da 47 anni è impegnato a rappresentare un’opposizione legittima alla Repubblica Islamica, la quale, dopo i recenti massacri, si rivela irriformabile come non mai. Urge il sostegno diplomatico e militare dell’Europa per la popolazione disarmata e vessata, altrimenti la neutralità diventa indifferenza e complicità.
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