Oltre ogni ragionevole dubbio
Garlasco, Alberto Stasi fu assolto due volte, poi arrivò la Cassazione. Chi è il magistrato che lo ha condannato a 16 anni
Alberto Stasi fu assolto due volte. Prima in primo grado, nel 2009, poi in appello, nel 2011. Una doppia pronuncia liberatoria fondata sul ragionevole dubbio: l’alibi reggeva, la certezza mancava. Il sistema aveva funzionato.
Alberto Stasi e la sentenza definitiva
Poi arrivò la Cassazione. La sentenza di annullamento del 2013 fu redatta da un magistrato che stimavo — e che stimo ancora. Persona di rara precisione analitica, oggi in pensione, che aveva costruito la carriera nelle funzioni requirenti. Nei gradi di merito era un accusatore di prim’ordine: temuto, capace, con una scrittura giuridica di grande efficacia. Qualità che non aveva perso affatto passando alla giudicante. Quella stessa capacità di costruire un ragionamento stringente, di tenere insieme gli elementi probatori in una narrazione coerente, fu messa al servizio della sentenza di annullamento. E funzionò: convinse il collegio, convinse il giudice del rinvio, travolse una doppia conforme assolutoria.
Il dubbio che aveva assolto Stasi fu riletto come dubbio di colpevolezza
È una lettura da difensore, lo so. Potrei sbagliarmi. Ma il garantista che è in me non riesce a non vedere quello che quella sentenza ha fatto al ragionevole dubbio: da principio di libertà a strumento di condanna. Il dubbio che aveva assolto Stasi per due volte fu riletto come dubbio di colpevolezza. La mentalità inquisitoria non si depone con la toga: si deposita nelle categorie con cui si pesa una prova, si valuta un alibi. Non è colpa del singolo — è colpa di un sistema che consente il transito promiscuo tra le funzioni. Montesquieu insegnava che il giudice deve essere la bocca della legge, non la memoria delle requisitorie. Eppure, nell’ordinamento vigente, il passaggio da Pubblico ministero a giudice è consentito anche in Cassazione, senza filtri. Le porte girevoli restano aperte proprio lì, nel giudice che decide definitivamente sulla libertà delle persone.
Il referendum non ha bocciato un principio
Il referendum del 22 marzo ha detto No. Ma tra chi ha votato No, solo il 4% lo ha fatto per opposizione specifica alla separazione delle carriere. Il principio non è stato bocciato: è stato travolto dal sorteggio del Csm e dall’anti-melonismo. Sono cose diverse. So che nessuno vuole più parlarne. Ma la separazione delle carriere non richiede una riforma costituzionale: si può fare per legge ordinaria, chiudendo i passaggi di funzione. Nessun referendum, nessuna maggioranza qualificata. Serve solo la volontà politica. E quella della magistratura associata. Che poi, a ben vedere, è la stessa cosa.
© Riproduzione riservata







