TAIPEI – Marco Rubio ha cercato di rimettere insieme i cocci, dopo che sia Trump sia Xi Jinping avevano riaperto maldestramente il dossier Taiwan. Per qualche giorno, l’isola che la Cina pretenderebbe tornasse sotto il proprio dominio è tornata al centro dell’attenzione. Ma il rischio invasione non si è fatto più concreto soltanto perché istituzioni e analisti locali non hanno mai abbassato la guardia. Il Paese vive questa onda lunga successiva alle visite di Trump e poi Putin a Pechino come un fatto di ordinaria amministrazione. «Che poi non si tratta solo di invasione», spiega un alto funzionario del Ministero degli Esteri. «La Cina ci acquista, fa disinformazione, minaccia la nostra democrazia». Quanto avvenuto rimanda alla visita, nel 2022, dell’allora speaker della Camera dei rappresentanti Usa, Nancy Pelosi. Al tempo, oltre al disappunto di Pechino, si evocò il rischio dell’apertura delle ostilità.

Come quattro anni fa, oggi a Taiwan si è parato il colpo. Nessuno si fida della Cina – a prescindere che alla sua guida ci sia Xi Jinping o chi per lui – e nessuno è come la Cina. In termini di potenza militare, economica, ma ancor di capacità di suggestionare e influenzare Paesi che, per identità e rapporti commerciali, dovrebbero essere degli espliciti partner di Taiwan.

È il caso del Canada. Di recente, l’ambasciatore cinese a Ottawa, Wang Di, ha avvertito appunto il premier Carney che se i suoi parlamentari dovessero continuare a visitare Taiwan o se navi canadesi attraversassero ancora lo Stretto, i rapporti bilaterali rischierebbero di essere compromessi. Ne è seguita una reazione piuttosto dura. Diversi deputati hanno accusato Pechino di intimidazione politica e hanno ribadito il diritto a mantenere relazioni informali con Taipei. La Cina non si fa scrupoli di minacciare qualunque Paese, in tutto il mondo, che cerchi un contatto (o un contratto) con la prima industria globale di tecnologia integrata. Dal Nord America all’Africa, passando per l’Europa, la strategia è isolare Taiwan affinché la questione si riduca a essere di portata regionale, locale, domestica.

Il governo di Taipei non resta con le mani in mano. «Se non fosse per l’opposizione di Pechino, noi saremmo un membro a pieno titolo del G20. E pure in alta classifica», dice ancora il diplomatico. «Il nostro problema è di portata globale. Se anche non fossimo leader nei microchip, con una Cina tanto aggressiva, la nostra posizione resterebbe comunque strategica». Da qui l’impegno a definire uno scudo di democrazie di contenimento a Pechino. Corea del Sud, Giappone, Vietnam e, ancora più in là e con misure differenti, Filippine, Indonesia, Malesia e Thailandia percepiscono la Cina soprattutto come una sfida diretta. Le isole contese, con le loro risorse sfruttabili, i confini marittimi e le rotte navali, rappresentano una costante di tensione regionale. «Stesso rischio, stessa reazione», spiegano gli analisti della difesa a Taipei.

Alla “strategia del filo di perle” è arrivato il momento di contrappore un’azione comune da parte dei regimi democratici dell’area. Ancora vent’anni fa, il Dipartimento di Stato Usa aveva capito bene le intenzioni cinesi. La crescita economica e navale di Pechino, raggiunta alla fine del Novecento, richiedeva una rete di alleanze e il controllo diretto di una serie di isole e atolli nell’Oceano indiano, in direzione dello Stretto di Malacca, a protezione di rotte energetiche marittime. Venticinque anni dopo, Taipei promuove un asse speculare. Ai Paesi elencati, si potrebbero aggiungere l’Australia, per ovvi motivi di vicinanza geografica, ma anche l’intera Europa, visto che con le guerre ibride i confini sono diventati un fattore irrilevante in un conflitto. Cosa che, al contrario, non è Washington. Gli Stati Uniti sono il soggetto primario. La dichiarazione di Trump di non voler immischiarsi in una guerra lontana 15mila chilometri dalla Casa Bianca è stata smentita, in qualche maniera, dalle rassicurazioni di Rubio. L’ambiguità strategica in cui si culla Washington è stata ripristinata. Tuttavia a Taipei lo sanno: senza gli Usa non se ne fa nulla.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).