«Da Pechino è uscito un G2 (governance globale a 2) di sopravvivenza. Stati Uniti e Cina sono deboli al momento. Questo, in una lunga prospettiva, può portare a una soluzione di un G7+ del dominio del mondo». Carlo Pelanda, economista e politologo (Università Guglielmo Marconi di Roma), osserva senza alcun pregiudizio il vertice che si è appena concluso tra Trump e Xi.

Professore, quindi che giudizio ne diamo?
«È stato un G2 che non ha risolto nulla, se non sancire una temporanea cooperazione intrabellica. La debolezza di America e Cina è una buona notizia. Significa che nessuna delle due potenze ha voglia di andare allo scontro. La cattiva notizia è per l’Europa. Le relazioni con gli Stati Uniti si sono fatte difficili. Mentre permane sui nostri mercati il dumping commerciale cinese».

In fatto di debolezza, Xi è forte come leader, ma ha alle spalle un’economia in difficoltà. Trump è debole, ma è sostenuto da un’economia solida.
«Lo scenario è questo. Anche se Xi è in deficit di consenso, al punto che non si escludono misure repressive. Quando si parla di Cina, bisogna fare delle “analisi di destino”. Al contrario, Trump è uno short-lived phenomenon. In Cina, siamo di fronte al tentativo di Xi Jinping di creare le condizioni per una successione pacifica».

CARLO PELANDA ECONOMISTA

Con Putin, Xi aveva scherzato sulla sua immortalità. Ora come sta pensando al futuro del Paese?
«Dal 2017, Xi ha abbandonato il modello definito da Deng Xiaoping nel 1978, che prevedeva una sostituzione consensuale delle prime linee del Pcc ogni dieci anni. Xi ha interrotto questa procedura. Ma non ha trovato un’alternativa pacifica».

Questo vorrebbe dire uno scontro per il post Xi?
«Non una guerra civile, ma un periodo di forte destabilizzazione sì».

Si pensava che fosse arrivato il momento di Taiwan. Non è stato così.
«No, per il momento no. Trump ha la priorità di vendere ai cinesi Boeing e prodotti alimentari per riottenere il consenso degli agricoltori. Di Formosa inoltre è Rubio, non il presidente, in prima persona. Significa che gli Usa manterranno l’attuale ambiguità strategica. Questo può permettere a Pechino di lavorare affinché a Taipei il potere passi nelle mani del più dialogante Kuomintang, oggi all’opposizione».

Parliamo di guerra cognitiva. L’Iran è un cyber proxy della Cina. Possiamo dire che l’IA è ormai un’arma di deterrenza?
«Come l’atomica ai tempi della guerra fredda?».

Esatto.
«No. L’atomica era un’arma di reciproca distruzione. Mentre la competizione tecnologica esclude le vittime. Inoltre, per la Cina serviranno 10-15 anni per rivaleggiare con gli Usa pari a pari. L’accordo raggiunto per cui Nvidia possa esportare il sistema H200, che i cinesi non riescono a produrre, è la conferma del gap».

Ed è realistico pensare che Pechino raggiunga davvero Washington?
«Pechino ha bisogno di tempo. Ma le torna anche comoda un’America guidata da un presidente come Trump, fatto di molto fumo e poco arrosto. Qualora dovesse emergere in Usa una leadership più robusta, per loro sarebbe un guaio. Dal canto loro, gli Stati Uniti magari non sono in grado di fare da poliziotto al dragone economico cinese. Tuttavia, “never bet against America”, mai scommettere contro l’America».

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).