Lunedì scorso, dalle colonne amiche del Corriere della Sera, il Procuratore nazionale Antimafia ha scagliato un macigno nelle acque stagnanti del dibattito pubblico. Se le sue suggestioni fossero accolte, rischieremmo di abbattere quel poco di civiltà giuridica che ancora preserviamo nel paese di Cesare Beccaria. E non è un’esagerazione, se restiamo all’oggetto del contendere.

La proposta mira a smantellare i limiti all’articolo 270 del Codice di Procedura Penale, che disciplina l’uso delle intercettazioni in procedimenti diversi da quelli originali. È la tesi del cosiddetto “giustizialismo d’efficienza”: i “reati spia” — corruzione, traffico d’influenze, reati tributari — dovrebbero diventare il grimaldello per entrare ovunque. Se intercetto per un abuso d’ufficio e trovo traccia di altro, devo poter usare quel materiale senza troppi paletti.

Per Gianni Melillo, limitare questa “trasmigrazione” dei file audio significa “accecare” lo Stato. Per noi, significa invece impedire la pesca a strascico, quella pratica ignobile dove si realizza la saldatura definitiva tra il giustizialismo d’efficienza, che esige scorciatoie in nome della produttività delle Procure, e il giustizialismo popolare, che di quelle scorciatoie si nutre per alimentare la sua vendetta sociale. Una morsa che stritola il diritto e riduce il processo a pura formalità di polizia. L’articolo 270 è il confine tra un’indagine mirata e un regime di sorveglianza totale. Se cade quel confine, l’intercettazione smette di essere mezzo eccezionale e diventa un occhio magico perennemente acceso sulle vite private, pronto a essere usato per ogni evenienza.

Fin qui il merito del problema, che mi sembra difficile negare. Ma che risposte ha avuto il macigno scagliato da Melillo, nell’Italia pavida e depressa di questi tempi? Da una parte ci siamo noi riformisti, con la nostra tenacia e con tanti buoni argomenti. Insieme agli avvocati, ai magistrati, agli intellettuali, ai tecnici del diritto che non hanno rinunciato alla cultura del limite, cerchiamo con ostinazione di tenere aperto il dibattito, per gridare che il garantismo non può essere sacrificato sull’altare della comodità investigativa.

Dall’altra parte, il vuoto. La politica è la grande assente, schiacciata dal clima post-referendario. Salvo rarissime e timide eccezioni — dentro Forza Italia più che altrove — i partiti tacciono. Hanno il terrore di sfidare il dogma della Procura Nazionale o di essere accusati, per un tweet o un titolo di giornale, di voler “proteggere i corrotti”. Il risultato è un’abdicazione totale: il Parlamento è ridotto a spettatore muto di una campagna che rimbalza tra Procure e redazioni d’area. Se un magistrato autorevole dice che il 270 non va, la politica invece di rivendicare il primato del diritto scappa sotto il letto per non farsi notare.

L’appello che rivolgiamo ai cittadini perbene è uno solo: alzare la testa. Bisogna avere il coraggio di rispondere che l’efficacia delle indagini non può giustificare la distruzione delle garanzie individuali. Serve una politica che smetta di tremare davanti ai sondaggi e torni a scrivere leggi ispirate alla Costituzione, non ai desiderata degli inquirenti. Se il legislatore continua a fare il finto tonto, non si lamenti se poi la magistratura decide di fare anche il suo mestiere. Sveglia, prima che l’eccezione diventi regola.