L'intervista
Intercettazioni, Calderone (Forza Italia): “Politica e Procure distinguano i loro ruoli. Melillo sbaglia: io non rimpiango Bonafede”
Tommaso Calderone, avvocato penalista e deputato di Forza Italia, è tra i parlamentari più impegnati sul fronte della riforma della giustizia e delle garanzie processuali. In questa intervista interviene sul dopo referendum, sulle tensioni interne all’Anm e sul dibattito intorno alle intercettazioni.
Passata l’ondata referendaria, non tutti hanno deposto l’ascia di guerra. Una parte dell’Anm starebbe lavorando alla trasformazione della campagna per il No in un comitato civico permanente. Di che cosa stiamo parlando?
«Credo che alcuni magistrati non abbiano le idee chiare sulle loro funzioni. Il magistrato è chiamato ad applicare le leggi, non a creare comitati, corpi politici o partiti. Deve limitarsi ad applicare la legge, così come prevede la Costituzione».
C’è dunque una deriva politica nella magistratura associata?
«Magari qualcuno è ancora euforico dopo questa discesa in campo che è stata più partitica che istituzionale. Io li invito a recuperare piena consapevolezza del loro ruolo, che è alto e nobile, e a dedicarsi ai processi e ai tribunali, non alle piazze».
In questa “euforia”, come l’ha definita lei, si inseriscono anche le parole del procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, che chiede di allargare le maglie delle intercettazioni?
«Il procuratore Melillo ha fatto un discorso che io non condivido. Sono stato il presentatore dell’emendamento che ha posto fine alla vergogna delle intercettazioni a strascico. Perché le intercettazioni a strascico altro non sono che intercettazioni senza autorizzazione del giudice. Se io vengo intercettato perché indagato per corruzione e da quella captazione emerge un altro reato, per quel nuovo reato manca il vaglio preventivo del giudice».
Però l’articolo 270 prevede comunque alcune eccezioni.
«Certamente. Il primo comma del 270 ha correttamente previsto un’eccezione per i reati più gravi. In quei casi l’utilizzabilità è consentita. Ma soltanto per i reati più gravi, proprio perché stiamo parlando di intercettazioni relative a un procedimento diverso rispetto a quello originario e dunque prive di una specifica autorizzazione del giudice».
Lei sostiene che il dibattito pubblico stia deformando il contenuto reale della norma?
«Assolutamente sì. Quando il procuratore Melillo elenca alcuni reati per i quali non sarebbe prevista l’utilizzabilità, omette di ricordare che la norma riguarda i procedimenti completamente diversi. Se invece i fatti sono connessi, le intercettazioni restano utilizzabili anche per quei reati. Ai cittadini italiani, che non sono tecnici del diritto, bisogna spiegare le cose con chiarezza».
Quindi, secondo lei, non c’è alcuno scandalo?
«No. Lo scandalo vero è avere violato sistematicamente la riservatezza dei cittadini italiani. Lo scandalo è avere bruciato centinaia di milioni di euro in intercettazioni inutili. Se guardiamo le statistiche, vediamo che una quantità enorme di intercettazioni non produce alcun risultato investigativo utile. Ma il tema economico è quasi secondario: il punto fondamentale è che è stato violentato — e lo dico, lo ribadisco e lo metto in grassetto — il diritto alla riservatezza dei cittadini italiani».
C’è, secondo lei, una nostalgia della stagione Bonafede?
«La nostalgia di Bonafede mi sembra francamente eccessiva. Con lui ministro abbiamo visto di tutto: basti pensare alla prescrizione e a molte altre vicende. Il diritto è una cosa seria. E le garanzie del cittadino nel processo non sono soltanto serie: sono sacre. La libertà personale è inviolabile».
Melillo sembra evocare una nuova emergenza legata ad antimafia e terrorismo. Lei la vede?
«Per fortuna no. La mafia, per fortuna, è stata drasticamente messa all’angolo. Non vedo alcuna emergenza tale da giustificare nuove compressioni dei diritti. L’emergenza vera c’è stata nell’epoca successiva alle stragi mafiose. Per trent’anni si è adottato il doppio binario e si sono sacrificate molte garanzie. Da un punto di vista sociologico si può anche comprendere quel contesto. Ma da giurista e da operatore del diritto resto convinto che le garanzie debbano valere sempre, per tutti i processi e per tutti i reati».
In conclusione, come dovrebbe reagire la politica a queste sollecitazioni della magistratura?
«La politica, da Tangentopoli in poi, ha vissuto per trent’anni in uno stato di soggezione nei confronti della magistratura. Adesso deve decidere che cosa vuole essere. Se vuole continuare a fare il cameriere o il maggiordomo della magistratura lo dica chiaramente. Se invece vuole tornare a esercitare il proprio ruolo di potere dello Stato, legislativo ed esecutivo, allora deve fare politica fino in fondo. Ne va della dignità e del prestigio delle istituzioni democratiche. Tertium non datur».
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