I dossier sul tavolo di Donald Trump e Xi Jinping sono molti. I dazi, il fentanyl, gli investimenti, l’intelligenza artificiale, le materie prime, le terre rare. Le due superpotenze cercano di coesistere pur avendo visioni spesso opposte dell’ordine mondiale. Una sfida che si vede soprattutto nei tre grandi nodi geopolitici che dividono Cina e Stati Uniti: Iran, Ucraina e Taiwan.

Trump pensava di arrivare alla corte di Xi con una vittoria nel Golfo Persico. La Repubblica islamica però ha resistito e il negoziato fatica a decollare. Lo Stretto di Hormuz rimane chiuso, con un enorme punto interrogativo che pesa sui mercati energetici e sull’agricoltura. E se Trump è convinto di potere piegare il regime anche con la minaccia di riprendere i raid, la posizione di Xi appare ben diversa. The Donald, pur senza ammetterlo, sa che per convincere Teheran a più miti consigli ha bisogno dell’influenza cinese sull’economia iraniana. Tuttavia, la partita di Pechino è molto più complessa e lo ha spiegato anche il recente articolo del Washington Post in cui sono stati rivelate le valutazioni riservate dell’intelligence americana proprio su questo punto. Il rapporto, preparato per essere visionato dal capo degli Stati maggiori riuniti, il generale Dan Caine, ha scatenato l’allarme in tutto il Pentagono. Anche perché arriva proprio in concomitanza con la visita di Trump a Pechino.

Secondo l’analisi, la Cina ha sfruttato la guerra scatenata da Israele e Stati Uniti per ottenere vantaggi sul piano economico, politico, militare e per avere informazioni su come si comporta Washington in un conflitto moderno. Sotto il primo aspetto, nonostante la Cina ottenesse grandi quantità di petrolio dall’Iran specialmente via Hormuz, il Dragone avrebbe in realtà aiutato proprio i Paesi che non riuscivano a soddisfare il proprio fabbisogno energetico a causa del conflitto. E lo ha fatto proponendo in particolare la propria tecnologia per le rinnovabili. Sul piano politico, la Repubblica popolare ha inoltre compreso di potere usare questa crisi per presentarsi al mondo come potenza benefica e che segue e tutela l’ordine basato sul diritto internazionale, indebolendo l’immagine Usa accusata anche dai media di Stato di un uso indiscriminato della forza. Non mancano poi i vantaggi militari. Pechino, infatti, avrebbe venduto armi e sistemi anche ad alleati Usa carenti di materiale bellico. Infine, per quanto riguarda il Pentagono, gli strateghi di Xi hanno studiato sia il modo in cui si sono mosse le forze americane sia l’efficacia degli arsenali a stelle e strisce. Un tema, questo che la Cina può declinare soprattutto su Taiwan.

L’isola resta uno dei grandi nodi strategici della Repubblica popolare. Le politiche degli Stati Uniti su Taipei “non sono cambiate”, ha dichiarato il segretario di Stato, Marco Rubio, anche lui in Cina con Trump. Tuttavia, l’avvertimento di Xi agli Usa sulla questione Taiwan è stato chiaro: “Se non gestita bene, i due Paesi entreranno in rotta di collisione o addirittura in conflitto”. In molti, non solo sull’isola, ma anche in tutto l’Indo-Pacifico e negli apparati americani, sono preoccupati dal fatto che The Donald, interessato ad altri dossier, scarichi Taiwan o riduca sensibilmente la vendita di armi in suo favore. Scott Bessent, segretario al Tesoro, ha detto che Trump dirà qualcosa sul tema “nei prossimi giorni”, senza fornire ulteriori dettagli. Ma è chiaro che questo punto è cruciale nelle relazioni, al punto che la Casa Bianca, dopo l’incontro tra i due leader, ha anche evitato di citarlo.

Un tema scottante, come del resto è anche un altro che interessa all’amministrazione americana: l’Ucraina. Mentre Trump e Xi discutevano anche di questo dossier, la Russia ha bombardato per 30 ore Kyiv e altre città del Paese, provocando almeno 15 morti e oltre cento feriti. Il tycoon, quando ancora era in campagna elettorale, aveva promesso che avrebbe risolto la guerra addirittura prima di giurare come presidente. Mentre adesso, con un negoziato paralizzato, spera anche qui che Xi possa convincere Vladimir Putin a desistere. Pure in questo caso però la posizione cinese appare ben diversa da quella statunitense. Cina e Russia hanno blindato i loro rapporti: Mosca ha bisogno della tecnologia e degli investimenti cinesi, Pechino ha bisogno di gas e petrolio russi e di tenere l’America ferma al palo. Inoltre, la Corea del Nord continua a mandare truppe e mezzi sul fronte ucraino. E anche su questo punto, Xi sembra ben lontano da porre un freno.