«È un’occasione per incontrarsi e misurare la temperatura reciproca. Io non vedo risultati enormi all’orizzonte, ma nemmeno grandi delusioni». Francesco Sisci, sinologo e direttore di Appia Institute, rivaluta le aspettative da finale di Champions League che si sono create intorno al summit Xi-Trump di Pechino oggi. «Al di là della grande fanfara sulla visita di un Presidente Usa a Pechino, che non si tiene da quasi 10 anni, il vertice risulta essere un tappabuchi, in cui le debolezze si guardano allo specchio».

Debolezze simmetriche, professore?
«La Cina ha un’economia schizofrenica che funziona benissimo nel mondo, ma non a casa propria. Bloomberg ha calcolato in 3mila miliardi di dollari il totale di non performing loans (Npl) della finanza cinese. Cifra monstre a parte, noi non conosciamo la salute della finanza cinese al dettaglio. Però sappiamo cosa può comportare quando un Npl diventa esigibile. Insomma, non è che la Cina stia meglio degli Usa, oggi».

E le debolezze di Trump?
«I dazi non hanno funzionato. Ormai è evidente a tutti. Del resto, il presidente Usa non arriva supplicante a Pechino. Dalla sua ha il predominio tecnologico».

La guerra in Iran ha fatto rinviare il vertice. Ha messo il presidente Usa in una posizione di debolezza. Il conflitto è diventato il tema numero 1 rispetto ai veri temi sul tavolo. È così?
«L’Iran sarà certo un argomento di confronto, ma non il principale. Trump non è sbarcato a Pechino fortissimo come avrebbe voluto. La questione iraniana si è complicata forse al di là di ogni aspettativa. Però guardiamo da che posizione lo accoglie Xi Jinping. La Cina aveva scommesso sul Venezuela e ha fallito. Come pure su palestinesi e Russia. L’Iran di oggi è un problema anche per lei. I suoi sistemi militari di difesa, che avrebbero dovuto fermare l’attacco americano e israeliano non hanno funzionato. Altrettanto le manca una soluzione diplomatica. Per inciso, ricordiamoci che la Cina importa più petrolio dall’Arabia Saudita che da Teheran. Questo dovrebbe far riflettere».

FRANCESCO SISCI, SINOLOGO

È irrealistico pensare a Pechino che mette a posto le cose in Medio Oriente, come al contrario non è riuscita a fare Washington?
«Se la Cina avesse una tale capacità di mediazione, oggi l’America non sarebbe la protagonista regionale. E comunque fare da secondo attore ha i suoi vantaggi. La Cina può stare al balcone e dire all’America se ha fatto bene o male».

Un summit rinviato già due volte. Non si poteva andare oltre. È così?
«No, non siamo deterministi. La politica non è fatta di bianco e nero. Questo incontro è stato programmato e, solo in un secondo momento, mandato fuori rotta dalla guerra in Iran. Poi però gli americani hanno pensato bene di mettere il conflitto in stand by. Questa visita era necessaria per fare un punto di una situazione di estrema instabilità generale. Il governo americano lavora per il giorno dopo. A Trump non piano pensare sul lungo termine. La Cina fa lo stesso. Come può scommettere oggi su quello che faranno o saranno gli Usa tra sei mesi? Le mid-term di novembre potranno promuovere o bocciare il presidente Usa. Con queste incognite, Pechino non ha alcun interesse a fare mosse fuori dall’ordinario. Per questo dico che è un incontro pro tempore. Lo si vede dai tempi stessi del summit. È una visita di due giorni».

Taiwan: si dice che sia la posta in gioco. Più volte lei si è detto scettico su questa teoria. Lo conferma? Pechino non ha bisogno di una sua Ucraina?
«Lo confermo, certo. È una situazione complicata che non credo si risolva con un’aggressione».

E allora come?
«La politica somiglia alla fotografia. Se esponi l’impressione della foto, senza mettere il fissaggio e poi accendi la luce, la foto si brucia. Molte soluzioni devono essere prima trovate, fissate appunto, e poi annunciate. E queste soluzioni si trovano nelle camere oscure, facendo attenzione che la luce non filtri prima del momento giusto».

Come sta davvero Xi Jinping? Lo scorso anno scherzava con Putin sull’immortalità. Sabato scorso invece, era assente dalla parata sulla Piazza rossa a Mosca.
«La salute del leader cinese è un segreto di Stato custodito con molta cura. È impossibile esprimere qualunque previsione».

Non si parla più di Hong Kong. L’isola felice del regime è stata messa del tutto a tacere?
«La questione di Hong Kong non è stata più sollevata in ambito internazionale. D’altra parte, Trump ha detto di voler discutere del rilascio di Jimmy Lai, il miliardario dissidente condannato a vent’anni di reclusione appena lo scorso febbraio. Se così fosse, avremmo a che fare con un segno di buona volontà da parte di Pechino».

Avatar photo

Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).