Il referendum è finito. Ha vinto il No. Gli italiani hanno scelto, e la scelta si rispetta. Ma — poiché siamo garantisti, non masochisti — ci permettiamo un’osservazione. Il CSM in carica scade e andrà rinnovato. Con quale legge? La stessa di prima. Con quali candidati? Le stesse correnti di sempre. Lo stesso sistema che nel 2019 produsse lo scandalo Palamara — le chat, il celebre messaggio «scegli chi ci deve andare e poi mettiamo a bando il posto» — è rimasto integro. L’unica novità è lo stipendio dei consiglieri, in procinto di salire da 240mila a 310mila euro annui. Un dettaglio — specie per chi, durante la campagna referendaria, agitava lo spauracchio dei costi del doppio CSM.

L’ANM ha promesso di riformarsi da sola. Assemblea generale il 16 maggio. Nuova fase, nuova stagione. Aspettiamo. Ma permetteteci una postilla logica: le leggi non le fa l’ANM. Le fa il Parlamento, espressione del popolo sovrano. Se la magistratura associata vuole davvero cambiare il sistema elettorale e ridurre il peso delle correnti, dovrà chiedere una legge ai rappresentanti dei cittadini. Non autoproclamarsi riformatrice con un documento approvato da chi dal sistema vigente trae vantaggio. Già prima del referendum, il CSM aveva tentato di darsi regole più stringenti sulle nomine. Risultato: 16 a 14, col blocco delle correnti maggioritarie che ha affossato la proposta. Non un’illazione — il verbale del plenum. Il consigliere Mirenda ha scritto che certe dichiarazioni «segnano il fischio d’inizio della campagna elettorale per il CSM, come sempre colma di cose che si dovranno fare ma che nessuno ha mai voluto veramente». Un magistrato sui suoi colleghi. Annotare. Chi ha votato No ha scommesso che questa volta sarebbe andata diversamente. Gliene diamo atto, e aspettiamo il 16 maggio. Ricordando solo — per chi lo avesse dimenticato — che l’articolo 1 della Costituzione non comincia con le parole «La sovranità appartiene alla magistratura».

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