Anna Gallucci è sostituto procuratore della Repubblica a Pesaro. In magistratura dal 2012, ha prestato servizio nelle procure di Termini Imerese e Rimini. Interviene sui temi della giustizia, delle garanzie nel processo e dell’ordinamento giudiziario.

Dottoressa Gallucci, trascorse tre settimane dal referendum sulla giustizia, come sta il sistema giustizia?
«Il percorso è appena iniziato. Molti cittadini chiedono una giustizia più giusta e maggiori garanzie nella fase delle indagini preliminari. Quando non si sa ancora se una persona accusata sia responsabile, deve poter provare la propria innocenza. E chi indaga ha il dovere di considerare tutte le ipotesi alternative. Quando invece si raggiunge la certezza della responsabilità, si apre l’altro grande tema irrisolto: la certezza della pena. Se il legislatore stabilisce una sanzione, bisogna predisporre strumenti perché sia effettiva e naturalmente umana».

Lei ha parlato di procure di fatto gerarchizzate. Che cosa intende?
«Il procuratore capo esercita un potere di indirizzo e gestione molto rilevante. Le procure, a mio avviso, sono di fatto gerarchizzate. Su questo servono regole più certe, sia nei rapporti tra procuratore e sostituti, sia nei criteri di priorità da assegnare ai fascicoli».

Dovrebbe intervenire il legislatore?
«Sì. Ritengo più trasparente che sia la legge a stabilire quali reati abbiano priorità. In questo modo la discrezionalità degli uffici giudiziari verrebbe ridotta. Oggi tutti i fascicoli tendono ad avere la stessa priorità, ma non possono essere trattati nello stesso momento. Alcuni vengono ritenuti più urgenti, altri meno. Una corsia preferenziale già esiste per i codici rossi. Occorre un intervento chiaro e realistico del legislatore».

Quali altri strumenti servono?
«Per il funzionamento interno delle procure e per i temi ordinamentali occorrono criteri più oggettivi e certi, in modo da rendere prevedibile e chiari i confini della discrezionalità. Parlo delle valutazioni di professionalità, degli incarichi direttivi, degli illeciti disciplinari. Bisogna intervenire sia sul processo penale sia sull’assetto ordinamentale della magistratura perché sono due facce della stessa medaglia per rendere la giustizia più giusta e vicina ai reali bisogni dei cittadini».

Lei stessa ha vissuto vicende controverse. Che cosa è accaduto?
«Ho avuto un deferimento disciplinare conclusosi con una pronuncia di irrilevanza del fatto. Mi sono chiesta quante persone abbiano subito un procedimento per il medesimo fatto. Ho avuto anche una valutazione negativa di professionalità, poi superata dal Consiglio Superiore della Magistratura. Quando parlo di trasparenza mi riferisco proprio a questo: le regole devono essere identiche per tutti».

Si riferisce al caso della collega Apostolico?
«Sono contenta per la collega, ma il mio caso riguardava supposti contrasti con il procuratore della Repubblica quando ero a Termini Imerese. Nel suo caso, da quanto si apprende, si parla di una manifestazione contro provvedimenti in materia di immigrazione (di cui la stessa si occupava) evidentemente caratterizzati da una precisa connotazione politica e ideologica. Le differenze mi sembrano evidenti».

Lei ha chiamato in causa anche Roberto Scarpinato. Perché?
«Non ho mai parlato con il dottor Scarpinato, ma ho notato un particolare interesse nei miei confronti. Ha chiesto al Csm atti relativi alla mia carriera. Mi colpisce che un senatore della Repubblica, che si è professato paladino dell’indipendenza della magistratura, possa chiedere atti riguardanti un magistrato, e che tutto ciò avvenga nel silenzio generale».

Il silenzio di chi?
«Dell’Associazione Nazionale Magistrati e di una certa stampa. Su altri casi si sono spesi con forza, mentre su di me nessuno ha detto una parola. Non vorrei che si creassero magistrati di serie A e magistrati di serie B, a seconda delle loro idee».

Lei è critica verso l’Anm. Perché?
«Perché ritengo che abbia assunto toni sempre più simili a quelli di un partito politico. Un premier sarà giudicato dagli elettori. Noi magistrati no. Noi dobbiamo usare toni che ci distinguano dai politici, perché possiamo essere chiamati a giudicare gli stessi soggetti contro cui ci esprimiamo».

Ci vorrebbe un nuovo contenitore associativo per i magistrati che non si riconoscono nell’Anm?
«La priorità, a mio avviso, non è creare subito un contenitore ma costruire contenuti. Occorre prima elaborare idee, proposte e riforme utili a migliorare la giustizia, renderla più efficiente e più trasparente. Detto questo, molti colleghi non si riconoscono nell’univocità di pensiero mostrata dall’Anm. Se emergerà un’esigenza reale di rappresentanza diversa, sarà naturale discuterne».

Che cosa serve allora alla magistratura italiana?
«Una riflessione interna seria. La magistratura non deve apparire come un partito politico e deve essere sempre più libera dalla politica. Serve anche una riflessione sulla responsabilità. Un conto è l’errore fisiologico, altro è mettere un innocente in carcere quando si sarebbe potuto ascoltare fin dall’inizio la sua versione dei fatti: è da lì che bisogna ripartire. Lo dobbiamo a tanti innocenti».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.