Il bilaterale
L’incontro tra Xi e Trump, derby d’acciaio a Pechino. Marcegaglia: “È l’ora della stabilizzazione”
Il derby tra Stati Uniti e Cina si gioca sull’acciaio: Donald vuole rilanciare la manifattura Usa. L’imprenditore italiano: “A rischio sono le imprese europee che esportano negli States”
«È difficile aspettarsi sconvolgimenti da questo vertice. È realistico invece chiedere una stabilizzazione dello scenario internazionale». Il commento di Antonio Marcegaglia, presidente e Ceo dell’omonimo gruppo, vale per tutte le imprese che si attendono un risultato positivo dal bilaterale di oggi a Pechino tra Xi Jinping e Donald Trump. «La riapertura dello Stretto di Hormuz e una relativa normalizzazione delle catene globali del valore – aggiunge l’imprenditore – sono improrogabili. I costi di energia, trasporti e materiali chimici pesano su tutta la siderurgia». L’acciaio è la vera palla in campo nel derby Usa-Cina. Finora si è prestata la doverosa attenzione agli idrocarburi. Il petrolio venezuelano e quello iraniano, come anche il gas russo e il Gnl americano, hanno dominato il risiko economico-politico globale. Ma è la geopolitica dell’acciaio a fare da perno nelle frizioni tra Washington e Pechino.
Fin da subito, Trump ha detto che l’agenda economica del piano Maga è rilanciare la manifattura Usa e così contrastare quella cinese. Da qui i dazi. Introdotti nel 2018, tenuti da Biden e aumentati al 50% oggi. Attenzione però. L’industria siderurgica cinese non è il bersaglio diretto del protezionismo di Trump. Quello americano è uno dei tanti mercati dove l’acciaio made in China sbarca nelle sembianze di manufatti finiti, magari anche europei. Come infatti scrive Siderweb nel suo report, “Industria & Acciaio 2050”, la Cina controlla il 53% della produzione globale di acciaio (1,9 miliardi di tonnellate all’anno). L’interesse di Trump è far saltare questo primato, di cui a farne le spese, a suo giudizio, è il consumatore Usa. E ha pure delle buone carte per farlo. Il mercato interno cinese si sta evolvendo. Il calo demografico influisce sui consumi. La crescita delle rinnovabili implica minore utilizzo di acciaio in favore di metalli non ferrosi. Altri mercati inoltre marcano stretto Pechino. L’India prima di tutto e poi l’Africa. Sempre Siderweb stima che, per il 2050, la Cina vedrà ridursi di circa dieci punti percentuali l’attuale dominio della filiera. Per quanto non sia ben chiaro come, certo è che il presidente Usa voglia attribuirsi questa regressione. Mettere in discussione il manifatturiero cinese sarebbe la vera vittoria di Donald Trump. Tuttavia, la Cina procede nella direzione di una tecnologia applicata sempre più avanzata. La rinuncia al dominio dell’acciaio potrebbe essere compensata dal controllo di altre filiere. Al contrario, gli Usa si illudono di rianimare settori di cui si è dichiarato il decesso da tempo. Di conseguenza, rischiano di vincere una partita a scudetto già assegnato ad altri.
Tutto questo pone un problema per l’Europa. Tra Cina e Stati Uniti è in corso un derby che è però parte di un sistema multipolare in cui gli attacchi frontali di uno contro l’altro provocano vittime collaterali. Dazi e Hormuz sono esemplari. «Il bersaglio di Trump è la Cina. In realtà sta colpendo molto di più l’Europa», osserva ancora Marcegaglia, che però riconosce la necessità di introdurre «una qualche forma di protezionismo contro le esportazioni incontrollate cinesi». «Per fortuna – aggiunge – le nostre esportazioni dirette verso gli Stati Uniti non sono così eclatanti da impensierire le imprese. A contare sono le importazioni indirette, cioè i nostri consumatori europei di acciaio, che poi esportano in Usa beni che contengono acciaio». Come da tradizione, la risposta cinese non è allo scoperto. C’è chi vede nel processo di dedollarizzazione una lenta erosione del modello occidentale del capitalismo, con la sostituzione di un altro con l’epicentro nell’Indopacifico. Ma, proprio perché lenta, questa strategia rischia di rivelarsi inefficace. Più plausibile pensare che a Pechino si sentano sicuri in quanto Trump, prima o poi, se ne andrà a casa. Al contrario di Xi Jinping, immune da qualsiasi giudizio popolare. In teoria.
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