L'intervista
Intervista a Sofia Ventura: “Caso Biennale? Improvvisati al potere. Meloni ha i filorussi in casa, ma i rossobruni…”
«A Venezia sono emerse le contraddizioni culturali della destra e di posizionamento dell’Italia», Sofia Ventura, politologa dell’Università di Bologna, alza lo sguardo dalla vicenda Buttafuoco-Giuli e ne fa un problema politico del Paese.
Ventura, il “caso Biennale” ha svelato il duplice problema della destra: capacità di visione, handicap operativo della sua classe dirigente. È così?
«Il problema della classe dirigente di destra è un sottoinsieme di quello della classe dirigente italiana. E quindi vi includo anche la sinistra. Senza rifare la storia d’Italia negli ultimi trent’anni, ma è dai tempi di Berlusconi, che è in corso un deterioramento qualitativo dell’establishment, a causa della destrutturazione del sistema politico e partitico. Il caso di Fratelli d’Italia ha la sua particolarità. Dopo decenni di marginalità, le sue prime linee, con spavalderia e irruenza, si sono dovute improvvisare nella gestione del potere».
Addirittura improvvisare? Tra l’Msi e Fratelli d’Italia, c’è stata Alleanza nazionale, che ha permesso alla destra di entrare nella stanza dei bottoni.
«Vero solo in parte. La gestione del potere è complessa. Richiede accortezza. Quella che manca oggi. Lo hanno dimostrato le dinamiche legate alla Biennale. È questo che intendo quando parlo di “improvvisati al potere”. Fratelli d’Italia ha fatto i conti con una propria intellettualità dal bacino ridotto. Lo dico pensando a Buttafuoco, lasciando però fuori figure dallo spirito liberale com’è Giordano Bruno Guerri, che invece potrebbe essere di un punto di riferimento per loro».
Questo è stato un danno di immagine per il Paese?
«La ferita c’è stata e ne resterà la cicatrice. Per colpa di questa cultura, noi passiamo come l’Italia che, ancora una volta, non ha una posizione ben chiara in politica estera».
Così si rischia di buttar via il famoso bambino con l’acqua sporca.
«No, infatti, non è tutto negativo. Più che altro siamo di fronte a una sequenza di contraddizioni. La prima, la più evidente e che coinvolge Giorgia Meloni, è il fatto che FdI arriva da una storia che non lo porta a essere atlantista tout court. Per quanto sia difficile parlare di atlantismo con Trump oggi».
Europeismo?
«Facciamo occidentalismo. Dicevo, c’è sempre stata una parte occidentalista nel Movimento sociale. Però mi sembra che non sia quella poi confluita in Fratelli d’Italia. Fino a poco prima di arrivare al governo, la stessa Meloni non aveva nascosto le sue simpatie per il tipo di civiltà espressa da Vladimir Putin. La loro posizione naturale non era di stare dalla parte dell’Ucraina. Giorgia Meloni è però una donna ambiziosa e ha saputo far dimenticare quel trascorso. La scelta di campo pro Ucraina si è tradotta in un aiuto italiano limitato, forse appena maggiore rispetto a quello della Spagna, ma sufficiente per la premier affinché venisse accolta nel salotto europeo. Qui la contraddizione sta nell’aver mantenuto aperta l’amicizia con Orbán e aver sfoggiato il rapporto privilegiato con Trump. Il percorso si spiega con l’intenzione di Meloni di essere parte comunque del consesso europeo senza rinunciare all’affinità ideologica con la destra radicale. Con l’internazionale della destra radicale populista. Ora siamo entrati in una fase ulteriore. Orbán è stato abbandonato. Ma il video di sostegno della nostra premier ce lo ricordiamo tutti. Mentre Trump non è più giustificabile. Questo porta Meloni su posizioni ancor più europeiste».
Il problema è che, di fronte a lei, c’è un’Europa evanescente. Quasi assente.
«Non sarei così pessimista. In fine dei conti, i 90 miliardi di euro per l’Ucraina sono passati. Certo, ci si muove a passi lenti rispetto all’urgenza. Ma se pensiamo a come era l’Europa dieci o cinque anni fa, alla vigilia dell’invasione, non si può negare che il processo stia andando avanti. Stanno emergendo leadership importanti e nuove, penso al presidente finlandese Stubb, che delineano una nuova Europa. Ecco, io di fronte a questo non sono così negativa».
Un banco di prova per la destra?
«Un banco di prova per Giorgia Meloni. E bisogna darle atto che sta gestendo le contraddizioni. Ovviamente, rispetto al processo di integrazione europea, è ancora timida e forse non ha chiaro quale sia la posta in gioco».
Tutto questo nasce da un Padiglione Russia che non s’aveva da fare?
«Il caso Biennale è gravissimo perché mostra nel suo insieme il problema di cui abbiamo parlato finora. Dall’inadeguatezza della classe dirigente alla debolezza del governo. Noi stiamo con l’Ucraina, ma all’interno dell’esecutivo c’è un partito filo russo. Questo è un problema di sistema-Paese. In una fase di aspra polarizzazione della politica, non è ipotizzabile mollare la Lega. Peggio ancora è non aver capito che aver dato spazio al Padiglione Russia vuol dire aver fatto entrare in Italia gli affiliati del regime, implicati nel conflitto».
Però le cose passano.
«Fino a un certo punto. La vicenda si è conclusa con la figura barbina di Giuli che licenzia a destra e a sinistra. Ma non Buttafuoco. Eppure credo che, se questo governo voglia continuare ad avere un ruolo a livello europeo, dovrebbe pensare a prendere le distanze proprio da certi personaggi».
Ma in tutto questo, la sinistra si sarebbe comportata meglio.
«La sinistra non si è vista neanche con il cannocchiale. Anzi, su questi grandi temi, è forse peggio della destra. Quelli arrivati in soccorso di Buttafuoco sono la conferma che il “rossobrunismo” esiste davvero».
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