Un bel tacer andrebbe scritto. Parafrasando Ariosto, si dovrebbe stendere un velo di indifferenza sull’improbabile neutralità che il Padiglione Russia pretende di vestire alla Biennale di Venezia 2026. Lasciamo perdere la polemica Buttafuoco-Giuli. La destra, come la sinistra del resto, ha bisogno di produrre arte, senza perdersi nelle querelle tra primedonne. Dalla Laguna emerge un messaggio chiaro, però. L’arte fa politica. Non è una novità. Ma è necessario ribadirlo di fronte all’ipocrisia che ci arriva da Mosca. Vladimir Putin vuole farci credere in un’arte metafisica, alienata dalla concretezza dell’attualità. Un’arte che preferisce non prendere posizione. Ben sapendo quanto sia insostenibile. L’estraneità non elide la connivenza, però.

La guerra in Ucraina, la repressione dei diritti civili, il sostegno all’Iran, e di sponda ad Hamas. Nessuno si aspetta che i menestrelli dello zar parlino di questo e altro. Sarebbe necessaria, invece, l’ammissione da parte italiana di ospitare – a porte chiuse, ma a finestre spalancate – uno schietto strumento di proiezione di potere e distrazione del regime. Dopo un’assenza di quattro anni, la Russia torna alla Biennale con una performance di tre giorni – da oggi fino a venerdì – dal titolo «The Tree is Rooted in the Sky». Il progetto potrà essere visto solo da giornalisti e addetti ai lavori. Sarà però visibile anche dalla strada grazie all’installazione di mega schermi. «Stiamo parlando di un contesto in cui lo Stato reprime sistematicamente le libertà civili, criminalizza la comunità Lgbtq+ e utilizza la cultura come strumento di propaganda e strategia di soft power, elementi chiaramente individuabili anche nel nostro Paese, sempre più intriso e permeabile alle narrazioni del regime putiniano». A dirlo è Chiara Squarcione, di Europa Radicale, che pone l’accento «sulla legittimità di una rappresentanza ufficiale di Mosca in un contesto come la Biennale».

Al contrario, l’attenzione meriterebbe di essere spostata su chi fa dell’arte un canale di soft power virtuoso. La creatività è una costante voce di denuncia delle ingiustizie perpetrate da un governo totalitario che pretende, come ha scritto Giuliano Federico su Gay.it, di essere «un attore culturale normale e non uno Stato che bombarda ospedali, uccide civili e cancella identità». Con la Giornata dell’Europa, il 9 maggio, Europa Radicale e altre associazioni diranno no al Padiglione Russia, promuovendo «una manifestazione che vuole essere una attualizzazione della Biennale del dissenso», dice ancora Squarcione, evocando l’omonima iniziativa del 1977, quando in Piazza San Marco si protestò in difesa degli omosessuali perseguitati dal regime sovietico. «Non accettiamo l’equivoco della neutralità quando sono in gioco libertà e diritti. La cultura europea non può diventare il terreno inconsapevole di una guerra cognitiva, che millanta di essere un’espressione artistica, quando invece contribuisce a legittimare un sistema autoritario».

È con le esposizioni universali e gli appuntamenti internazionali che si è fatta luce sui torti e le disuguaglianze, magari nascoste da un’ipnotica espressione di perfezione estetica. Nel 1936, Leni Riefenstahl venne incaricata da Adolf Hitler di documentare le Olimpiadi di Berlino. «Olympia» oggi resta ancora la celebrazione della bellezza indifferente alle tenebre nelle quali marciava il Terzo Reich. Mistificazione contro verità. L’anno dopo sarebbe stato il turno di Picasso con la sua Guernica. Tutta un’altra storia.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).