La polemica
Caso padiglione russo alla Biennale, Stefani spiazza la Lega
Alla 61ª Biennale di Venezia il padiglione russo c’è e non c’è. È lì, ai Giardini, costruito ai tempi dello zar Nicola II e restaurato nel 2019, ma chiuso al pubblico per ragioni sanzionatorie: si potrà guardare solo da fuori, sui maxi schermi che proietteranno le performance registrate al vernissage. Come un quadro dentro il quadro. Una soluzione che a modo suo è una performance artistica: di equilibrismo. Apri ma non apri. Inviti ma non inviti. C’è chi vede un pasticcio e chi, più sommessamente, una via d’uscita: lasciare che l’arte resti dov’è sempre stata, anche quando la politica intorno fa rumore. Tanto rumore.
La sequenza la conosciamo. Il presidente Pietrangelo Buttafuoco, fedele all’idea della Biennale come “zona franca” rispetto ai conflitti, riammette la Federazione Russa dopo le edizioni 2022 e 2024. Apriti cielo. Ventidue ministri europei della Cultura firmano una lettera di protesta. La Commissione europea avvia la procedura per revocare due milioni di cofinanziamento. La giuria internazionale annuncia che non assegnerà premi a Paesi i cui leader sono incriminati per crimini contro l’umanità – Putin e Netanyahu, accomunati nella stessa formula – e si dimette in blocco. Il ministro Alessandro Giuli manda gli ispettori a Ca’ Giustinian e diserta vernissage e inaugurazione. Buttafuoco, con eleganza tutta siciliana, replica istituendo i “Leoni dei Visitatori”: premi popolari, votati dal pubblico, in cui rientrano Russia e Israele. Mossa beffarda, certo, ma anche democratica.
Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale veneto, prende posizione netta: la Biennale “non è il terreno dello scontro politico, né un’arena in cui si processano gli artisti, che non sono e non possono essere considerati guerrafondai”. E ricorda con piglio ironico quanti regimi non proprio liberali abbiano esposto a Venezia senza che a nessuno venisse in mente di alzare la voce: l’Iran dal 1958, la Cina, l’Egitto. Il padiglione russo, aggiunge, esiste dal 1914: ha attraversato due guerre mondiali, lo stalinismo, il Muro. Sarebbe la prima volta che lo si chiude per via amministrativa.
E Alberto Stefani, neopresidente della Regione? Qui la cronaca si fa interessante. Stefani definisce “inaccettabile” la stretta della Commissione Ue sui fondi, apprezza in Buttafuoco “indipendenza e coraggio”, evoca la Biennale come “contesto in cui riscoprire il significato di libertà“. Ma non si spinge oltre. Niente difese fiammeggianti del padiglione, niente attacchi a Bruxelles in stile salviniano. Il neogovernatore tiene la linea senza farsi trascinare nelle trincee verbali. Prudenza che a qualcuno è parsa tiepida, ma che è anche la grammatica di chi è appena arrivato a Palazzo Balbi e sa che certe partite si giocano lunghe.
Mercoledì mattina sono arrivate le Pussy Riot e le Femen. Passamontagna rosa con le X nere, fumogeni gialli e azzurri, urla che hanno squarciato il decoro dei Giardini: “Russia kills, Biennale exhibits”. Inna Shevchenko ha lanciato la frase più dura: “Potete aprire questo padiglione con lo champagne mentre l’Ucraina apre fosse comuni con le pale”. Sabato 9 maggio si alzano i sipari. Niente cerimonia di attribuzione dei riconoscimenti, spostata al 22 novembre, giorno della chiusura. Giuli non ci sarà. Salvini ha confermato la presenza per venerdì. Stefani e Buttafuoco accoglieranno gli ospiti. Il padiglione russo resterà visibile dall’esterno, le Pussy Riot hanno già annunciato che torneranno. La Biennale, per la 61ª volta, apre le sue porte, e quest’anno espone pure qualche fantasma.
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