Alle 16 italiane di ieri è entrato in vigore il blocco dello Stretto di Hormuz deciso da Donald Trump. Una misura arrivata dopo il primo round di colloqui a Islamabad e che ha scatenato l’ira di Teheran, la protesta delle Nazioni Unite e gli interrogativi di comunità internazionale ed esperti. Il blocco poggia su principi poco chiari e con regole di ingaggio indefinite.

A livello giuridico, la sua legittimità è messa in dubbio dalla difficoltà di applicare la distinzione delle navi dirette esclusivamente ai porti iraniani. Il blocco appare estremamente complesso a livello operativo. Secondo il Wall Street Journal, sono più di 15 le navi Usa schierate per farlo rispettare, mentre per la bonifica dalle mine navali, Washington sta già chiedendo l’aiuto degli alleati. Ma a preoccupare è anche l’inizio di una nuova escalation quando i mediatori cercano di fare il possibile affinché la tregua non sprofondi e si torni a combattere. Il blocco, secondo l’Ukmto, l’autorità britannica per le operazioni commerciali marittime, riguarderà “qualsiasi nave che entri o esca dall’area bloccata senza autorizzazione”, coinvolgerà “i porti e le zone costiere iraniane” e non vi sarà alcuna distinzione di bandiera. E anche se il traffico verso porti non iraniani “non risulta essere ostacolato”, i rischi per la navigazione sono alti. Specialmente se i Pasdaran dovessero avviare delle mosse analoghe.

The Donald, nel suo post sul social Truth, ha commentato l’avvio delle operazioni avvertendo che le forze Usa avrebbero affondato “le navi d’attacco veloce” iraniane che tenteranno di forzare il blocco. “Avviso: se una qualsiasi di queste navi si avvicinerà anche solo minimamente al nostro blocco, verrà immediatamente eliminata, utilizzando lo stesso sistema di uccisione che usiamo contro i trafficanti di droga sulle imbarcazioni in mare. È rapido e brutale”, ha scritto Trump. Da Teheran, invece, ha parlato il colonnello Ebrahim Zolfaqari, portavoce comando unificato, il Khatam al-Anbiya, che ha definito il blocco “un atto di pirateria” e minacciato che “nessun porto nel Golfo Persico o nel Mare di Oman rimarrebbe sicuro se i porti iraniani fossero presi di mira”. E questo avvertimento è stato preso in considerazione soprattutto dalle monarchie arabe, preoccupate dal fatto che la ritorsione iraniana possa ricadere su di loro prima ancora che sulle forze statunitensi.

In queste ore, la Repubblica islamica ha ripreso i contatti con i partner arabi.  Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sentito al telefono l’omologo omanita Seyyed Badr Al-Busaidi. Ha avuto un colloquio telefonico anche con il premier e ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, il quale ha “insistito sulla necessità di mantenere aperte le vie marittime, garantire la libertà di navigazione e astenersi dall’utilizzarle come strumenti di pressione o di contrattazione”. Ma Araghchi ha anche sentito il capo della diplomazia saudita Faisal bin Farhan. Una telefonata, quest’ultima, apparsa particolarmente importante perché arriva dopo le tensioni tra Riad e Teheran e con le voci sul principe ereditario Mohammed bin Salman che, a detta dei media Usa, avrebbe spronato Trump ad andare avanti nella guerra.

In queste ore, proprio a Riad, è atteso il premier pakistano Shehbaz Sharif, mediatore del negoziato tra Teheran e Washington. Trattativa in salita, paralizzata, ma non ancora crollata. A detta delle fonti di Axios, Egitto, Turchia e Pakistan continuano a mediare per organizzare un secondo round di colloqui prima del 21 aprile, giorno in cui è prevista la scadenza della tregua. Progressi, su questo fronte, sembrerebbero esserci. “Siamo stati chiamati dall’altra parte. Vogliono assolutamente fare un accordo” ha detto ieri Trump, “ci hanno chiamato questa mattina, le persone giuste e appropriate, e vogliono un accordo”. Secondo Axios, gli Usa avrebbero chiesto all’Iran di rinunciare all’arricchimento dell’uranio per 20 anni. Ma la mediazione non può escludere che Trump faccia partire nuovi attacchi, soprattutto se il blocco navale non dovesse provocare un cambio di rotta dell’Iran nei negoziati. E il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ieri ha chiarito che il cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti “potrebbe terminare da un momento all’altro”.