Esteri
L’Iran e il passaggio per lo Stretto di Hormuz: una vera e propria estorsione
Un fiorino purtroppo non basterà per transitare nello Stretto di Hormuz, ma potrebbero servire milioni di dollari, in criptovalute o Yuan cinesi, da pagare ai Pasdaran. Una vera e propria estorsione, giacché – a quanto sembra – questa guerra interrotta ha dato alla Repubblica islamica la consapevolezza che lo Stretto di Hormuz non sia più un punto di libero transito in acque internazionali, ma “roba loro”, come se lo avesse costruito Khomeini in persona. È quindi del tutto plausibile che questa forma di coercizione finanziaria continui anche in futuro perché, alla fine, al mondo costa meno pagare piuttosto che rischiare di non poter transitare. Ed è proprio Hormuz il vero tallone d’Achille di questa campagna bellica americana. La capacità offensiva dell’Iran è stata seriamente ridimensionata; la marina della Repubblica islamica si trova, per buona parte, letteralmente sott’acqua; la capacità di produrre e lanciare missili è stata fortemente ridotta; l’aviazione sostanzialmente azzerata.
Tuttavia bloccare o anche solo minacciare di bloccare lo Stretto di Hormuz è un’altra storia. Non serve una marina vera e propria: bastano mine navali e qualcosa per posarle. Barchini veloci, pescherecci camuffati, droni subacquei. Oppure si possono colpire le navi in transito con sciami di piccoli droni lanciati da lontano, difficili da intercettare tutti, o ancora con missili costieri, le cui batterie di lancio mobili sono molteplici e nascoste lungo circa 1.500 chilometri di costa. Ed è proprio questo che l’Iran ha fatto: messo con le spalle al muro dal punto di vista militare, ha minacciato di bloccare lo Stretto. Le navi di tutto il mondo, più per l’aumento esponenziale dei premi assicurativi che per un effettivo blocco, si sono fermate.
Trump può dire quello che vuole: può intestarsi la volontà della tregua, può sostenere di aver vinto, di aver costretto gli ayatollah a capitolare. Ma la verità è che, dietro la pressione economica dovuta al blocco dello Stretto, ai crolli delle Borse planetarie e alle difficoltà di approvvigionamento di petrolio e gas, con il conseguente aumento dei carburanti e dell’energia, l’Occidente ha ceduto. Ha ceduto al ricatto del bullo iraniano e, invece di stringere i denti e andare avanti fino alla vera capitolazione della Repubblica islamica, con la conseguente liberazione del popolo persiano dal giogo teocratico, si è fermato. Invece di fare trentuno e costruire un Medio Oriente di pace e prosperità, si è preferito fare trenta e ripartire dal via.
L’Iran ora sa quale strumento usare per mantenere lo status quo. Certo, deve leccarsi le molte ferite, ma il tempo gioca a suo favore e quindi farà, come ha sempre fatto, finta di trattare per poi continuare in segreto e imperterrito i suoi piani di egemonia distruttiva. Chi ci rimette? Quasi tutti. Il popolo persiano, che dovrà fare i conti con i Guardiani della Rivoluzione più incattiviti che mai. Israele, che difficilmente vedrà dissolversi la rete dei proxy regionali e continuerà a vivere in una condizione di conflitto semi permanente. Gli Stati Uniti, che dovranno fare i conti con un Iran ancora capace di interferire negli equilibri del Golfo, negli Accordi di Abramo e di ostacolare i processi di normalizzazione, come il piano di pace a Gaza. L’Europa, che gioisce per il ripristino della legalità internazionale senza capire che la Repubblica islamica è l’antitesi di qualsivoglia diritto e un nemico esistenziale per tutti noi.
Chi ci guadagna? La Repubblica islamica, Hezbollah, Hamas, gli Houthi, le milizie irachene e siriane, il Pakistan, la Turchia, la Cina, la Russia. Hormuz resta lì: stretto, vulnerabile, decisivo. Non serve controllarlo completamente per dominarlo. Basta poterlo minacciare, anche solo a intermittenza. Basta poter dire, ogni tanto: “Un fiorino”. E il mondo si ferma.
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