Energia
Caro carburante, perché paghiamo di più: errori europei e crisi del Golfo dietro i rincari
Il prezzo dei carburanti alla pompa è l’indice più democratico della politica energetica di un Paese, perché lo pagano tutti, e tutti ne capiscono il peso. Quello che resta meno comprensibile è, spesso, il perché di quegli aumenti. La crisi del Golfo ha quasi bloccato lo Stretto di Hormuz, tranne che per gli amici del regime iraniano. Ma la vulnerabilità che stiamo scontando affonda in vent’anni di scelte che hanno progressivamente ridotto la capacità europea di raffinazione del greggio. I dati Unem-Concawe al 2025 hanno fotografato un sistema in profonda trasformazione: le 77 raffinerie convenzionali dell’Ue esprimono circa 605 milioni di tonnellate annue, affiancate da 12 bioraffinerie operative. L’Italia, con 10 impianti e 2 bioraffinerie e un’altra in realizzazione, è tra i Paesi più avanzati in questa conversione.
Gli impianti europei di raffinazione viaggiano mediamente al 70-80% della loro capacità. Una quota che, solo in apparenza, potrebbe essere facilmente colmata. In realtà, quella capacità “in eccesso” riguarda spesso la sola fase di distillazione primaria rendendo le lavorazioni aggiuntive poco efficienti. A ciò si aggiunge un contesto regolatorio che ha finito per disincentivare gli investimenti necessari ad ammodernare e completare la filiera. Il 4 aprile 2026, cinque ministri europei dell’Economia (Italia, Germania, Spagna, Portogallo e Austria) hanno scritto al commissario Ue all’Economia Hoekstra chiedendo una tassa europea sugli extraprofitti delle compagnie energetiche. È una risposta politica, mediatica, comprensibile rispetto alla pressione dei cittadini colpiti dai rincari. Un’analisi più profonda delle cause suggerisce però che, per calmierare i prezzi in modo strutturale, sarebbe più efficace cominciare a tagliare i vincoli che oggi frenano la produzione interna, a partire proprio dagli ETS. Una loro sospensione temporanea per la raffinazione e per la chimica consentirebbe di aumentare l’offerta interna, riducendo la dipendenza dall’import. Del resto, anche il commissario Ue Jørgensen ha riconosciuto che la carenza di scorte è aggravata dalla limitata capacità di raffinazione interna, invitando gli Stati membri a non scoraggiarne la produzione.
In buona sostanza, se ci guardiamo alle spalle, il Green Deal e il Fit for 55 avevano costruito la politica energetica su assunzioni che gli eventi di questi anni hanno totalmente ribaltato. L’IEA ha persino dovuto autorizzare il più grande sblocco di riserve della sua storia, dal 1974 – con 400 milioni di barili – definendo quella in corso come la più grande interruzione delle forniture nel mercato petrolifero globale. Il trilemma della giusta transizione energetica – sicurezza, sostenibilità, accessibilità – è allora chiaramente compresso sul primo vertice citato. Petrolio e carburanti, considerando che l’80% della produzione di energia primaria resta fossile, saranno ancora necessari per decenni, accanto a tutte le altre fonti decarbonizzate, come conferma l’International Energy Agency. Tutelare allora gli asset di raffinazione con strumenti come il Golden Power, aumentare le scorte strategiche moltiplicando i partner commerciali, e alleggerire i vincoli che oggi frenano la produzione interna sono alcune delle leve prioritarie da azionare, complementari a qualsiasi misura di sostegno che sia diretta ai consumatori. E sono – in questo frangente – certamente più utili di ulteriori tasse, soprattutto se su fantomatici profitti extra.
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