Per uno strano scherzo della storia post-Brexit e della geografia energetica, l’Italia si ritrova oggi a essere tra i primi estrattori di petrolio dell’Unione Europea. Il cosiddetto “declino danese” — che ha visto Copenaghen passare dai 400mila barili al giorno del 2004 agli attuali 70mila, complice l’esaurimento dei campi del Mare del Nord e la travagliata ristrutturazione del giacimento Tyra — ci ha consegnato un primato statistico che è, in realtà, il certificato della nostra vulnerabilità. Con una produzione nazionale che oscilla intorno ai 100mila barili al giorno grazie ai giacimenti di Val d’Agri e Tempa Rossa, l’Italia supera quasi tutti i partner continentali, eppure questo dato resta una goccia simbolica in un oceano di necessità. Copriamo a malapena il 10% del nostro fabbisogno energetico, lasciando il restante 90% appeso a fili geopolitici sempre più sottili.

Questione di sopravvivenza

Non è un caso che Eni continui a scoprire nuovi giacimenti nel Mediterraneo allargato — come il recente annuncio in Egitto — confermando una proiezione estrattiva internazionale che compensa solo in parte la fragilità della base domestica. Ma l’Oil & Gas è solo la punta dell’iceberg di una dipendenza che sta cambiando pelle e che minaccia il cuore stesso della nostra manifattura. L’interruttore della nostra produzione non si trova solo a 3.500 chilometri di distanza, nello Stretto di Hormuz — dove transita ancora il 20% del petrolio mondiale e il 25% del gas naturale liquefatto (GNL) sotto lo sguardo dei Pasdaran — ma si è frammentato in una miriade di minicrisi silenziose lungo le catene di approvvigionamento globali. Come emerge dal recente progetto CASCADE di Confindustria, le difficoltà a reperire materie prime critiche sono destinate ad aumentare drasticamente nei prossimi cinque anni, colpendo le nostre filiere d’eccellenza. Non è più solo una questione di benzina, ma di sopravvivenza dei settori ad alta intensità tecnologica: l’aerospazio, la difesa, le macchine per il packaging farmaceutico e cosmetico, l’automazione industriale e la mobilità elettrica.

La natura di questo rischio è strutturale, non congiunturale. Siamo di fronte a un irrigidimento delle forniture di materiali chiave come alluminio, rame, titanio e terre rare. Per un Paese come l’Italia, che ha costruito la sua fortuna trasformando materie prime che non possiede in prodotti ad alto valore aggiunto, questa è una sfida esistenziale. Se Hormuz rappresenta la minaccia di un arresto cardiaco improvviso per il sistema-Paese, la scarsità di terre rare e titanio agisce come un’anemia cronica che rischia di svuotare di competitività le nostre punte di diamante industriali. Come ricorda lo scienziato Vaclav Smil, la nostra civiltà poggia sulla “materialità” pesante di metalli e molecole: senza di essi, l’economia della conoscenza e del digitale si dissolve nel nulla.

L’errore da commodity da scaffale

Per anni abbiamo gestito l’approvvigionamento come una commodity da scaffale, un bene sempre disponibile al minor prezzo. È stato un errore di calcolo strategico che oggi paghiamo caro. Come suggerisce Nassim Nicholas Taleb nel suo concetto di antifragilità, i sistemi che dipendono da singoli punti di vulnerabilità sono destinati al collasso sotto lo shock. L’Italia è il sistema più esposto d’Europa perché la sua straordinaria forza nell’export — siamo la quarta potenza mondiale per scambi commerciali di beni— poggia su basi che non controlliamo. Il rame per l’elettrificazione, il titanio per la difesa e le terre rare per i magneti permanenti sono i nuovi fronti di guerra di una competizione globale dove la concentrazione geografica dell’offerta è usata come arma politica (lo stretto di Hormuz insegna).

Dobbiamo avere il coraggio di investire massicciamente nella capacità di raffinazione interna e nell’innovazione dei processi di riciclo, trasformando i nostri rifiuti industriali nella nostra nuova miniera urbana. Progetti come il SoutH2 Corridor per l’idrogeno e il potenziamento della “Linea Adriatica” sono pilastri necessari, ma devono essere affiancati da una strategia che azzeri i dazi all’importazione sulle materie prime critiche e protegga le PMI dalla volatilità dei prezzi. È tempo di una sovranità operativa che garantisca alla nostra manifattura — dall’aerospazio al packaging — la certezza molecolare della propria esistenza. Se non ritroveremo la lucidità di agire come il perno logistico e tecnologico del Mediterraneo, la nostra invidiabile ricchezza sarà solo il combustibile di un incendio che non abbiamo avuto il coraggio di prevenire.

Alberto Bertini

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