Giornata densa per la politica italiana ed europea. Da un lato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, smentisce l’indiscrezione secondo cui avrebbe litigato con la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, perché quest’ultima lo avrebbe frenato sulle spese militari e per la Difesa. E ancora, l’attacco del Comitato europeo delle Regioni al vicepresidente della Commissione europea e commissario Raffaele Fitto per la proposta di far fronte al caro energia usando il Fondo europeo di sviluppo regionale, il Fondo di coesione e il Fondo per una transizione giusta.

Ma non è finita qui: il testo della legge elettorale depositato ieri ha scatenato le opposizioni che, ancora una volta, non sono state coinvolte nella stesura della legge. Nello specifico, la proposta della maggioranza punta a stravolgere l’attuale sistema del Rosatellum. Il cambiamento principale prevede l’eliminazione dei collegi uninominali: gli elettori voterebbero soltanto liste proporzionali nei collegi plurinominali. La modifica proposta, inoltre, prevedrebbe un premio di maggioranza destinato alla coalizione o al partito che superi il 40% dei voti, con l’obiettivo dichiarato di garantire stabilità di governo. Se nessuno raggiungesse quella soglia, è prevista l’ipotesi di un ballottaggio tra le due coalizioni principali.

Un colpo al centro e uno alla maggioranza, parafrasando il famoso detto popolare, visto che Meloni&Co. intenderebbero mantenere le soglie di sbarramento del 3% per i partiti e del 10% per le coalizioni. Come volevasi dimostrare, delle preferenze nemmeno l’ombra, a meno che in fase di approvazione non si proponga di introdurle tramite un emendamento. Gli eletti verrebbero scelti, quindi, da liste bloccate. La proposta prevede anche l’indicazione preventiva del candidato premier sulla scheda, rafforzando l’idea di una scelta diretta del capo del governo (un chiaro messaggio politico, questo, rivolto agli interlocutori del centrodestra: «Il Premierato è alle porte»).

Comparando l’ipotetica nuova legge elettorale con quella precedente, si nota subito come il sistema sembrerebbe più proporzionale rispetto al Rosatellum, ma accompagnato da un forte correttivo maggioritario, capace di assegnare alla coalizione vincente una larga maggioranza parlamentare. Per questo, i sostenitori parlano di una riforma pensata per assicurare governabilità, mentre le opposizioni temono il verificarsi di una sovrarappresentazione della maggioranza e la limitata possibilità per gli elettori di scegliere direttamente i candidati. Il nodo politico sta tutto qui: nella capacità del centrodestra di rischiare il suicidio politico per l’indisponibilità a raggiungere un compromesso con le opposizioni. La destra di governo, paradossalmente, sceglie il pugno chiuso invece che la mano tesa, e difficilmente è disposta a scendere a patti. Già con il referendum sulla giustizia il centrodestra ha percorso questa strada, e il risultato parla da sé.

La legge elettorale, fortunatamente, non ha bisogno di essere approvata con i due terzi dei votanti, ma la sostanza dell’azione politica del centrodestra non cambia: «Ci arrangiamo e ce la approviamo noi». Sarà, forse, un atteggiamento attribuibile alla recente vittoria a Venezia, che ha ridato nuova linfa a Meloni, Salvini e Tajani, ma ha anche messo nero su bianco un’altra certezza che il centrodestra deve tenere a mente: il centro, con un pizzico di destra, piace ed è vincente. In un’ottica di collaborazione tra maggioranza e opposizione sui dossier strategici, il governo Meloni potrebbe tendere la mano alle opposizioni per avere un assist sulle grandi questioni invece di scontrarsi e farsi dettare l’agenda dalle opposizioni, che decidono l’oggetto delle conferenze stampa di Meloni. In questo, il centrismo di Calenda e di Azione dovrebbe rappresentare un faro guida per il centrodestra. L’approccio calendiano impone un dialogo fra destra e sinistra con lo scopo di portare a casa il risultato sperato.

In tutto questo baccanale, una considerazione di «realpolitik» è quantomeno necessaria: il premio di governabilità potrebbe anche garantire una parvenza di stabilità e conferire al presidente del Consiglio un mandato chiaro, ma se quest’ultimo non sceglie i suoi collaboratori con cura e non ha un programma chiaro, rende vano il lavoro. E ancora, in un sistema multipartitico come quello italiano, lasciare invariate le soglie di sbarramento certo aiuta la democrazia, ma rende schiavi i grandi partiti.