Editoriali
I soldi per le armi sono un’urgenza non una vergogna
Per decenni l’Europa ha convissuto con una contraddizione comoda: essere una potenza economica di caratura globale consegnandosi, però, alla benevolenza di Washington per la propria sicurezza. Quella stagione è finita, anche se non sempre la politica riesce a dirlo con onestà agli elettori. Al vertice NATO dell’Aia del giugno 2025, i 32 alleati – Spagna esclusa, con deroga negoziata – si sono impegnati a portare la spesa per la Difesa al 5% del PIL entro il 2035: 3,5% per capacità militari dirette, 1,5% per infrastrutture critiche e cyber.
La Dichiarazione includeva esplicitamente il sostegno all’Ucraina nel calcolo della spesa difensiva di ciascun alleato, riconoscendo che la sicurezza di Kyiv è inseparabile da quella del resto del continente. Ogni volta che centinaia di missili e droni russi colpiscono l’Ucraina nell’arco di una sola notte, appare chiaro che ora come ora non saremmo in grado di affrontare la Russia, e men che mai una Russia che avesse catturato l’Ucraina e il suo apparato militare-industriale. Perché certo, la spesa difensiva degli europei è cresciuta da 218 a più di 381 miliardi, ma a macchia di leopardo. La Germania ha quasi raddoppiato il proprio bilancio (rompendo quest’anno il tetto dei 100 miliardi). L’Italia, invece, ha raggiunto il vecchio obiettivo minimo del 2% quasi solo attraverso riclassificazioni contabili, non nuovi stanziamenti reali. Altrettanto frammentato è il tipo di sistemi acquistati. Le forze terrestri e aeree dei Paesi NATO europei operano su una varietà di piattaforme quattro volte superiore rispetto a quelle Usa, e tale frammentazione è perfino aumentata dal 2014. Spendere di più senza integrare i sistemi significa moltiplicare i costi senza moltiplicare le capacità. Anche per questo abbiamo bisogno di “far aderire l’Ue all’Ucraina”.
Ammettere Kyiv nell’Unione non è solo un gesto di solidarietà postbellica, ma una necessità strategica. Serve a noi. L’esercito ucraino ha accumulato in tre anni di guerra ad alta intensità un know-how operativo – droni, guerra elettronica, difesa aerea mobile – che nessun altro esercito possiede. Un’integrazione progressiva di dottrine, standard e industria militare ucraina nel sistema europeo è un passaggio obbligato per recuperare una deterrenza credibile, verso Est e non solo. Che questo sia un dato di fatto, lo mostra la scelta del Consiglio europeo di approvare, dopo la caduta di Orbán, un prestito biennale di 90 miliardi di euro a Kyiv per il biennio 2026-2027, rimborsabile solo tramite riparazioni russe. Un segnale chiaro di sostegno, e di sostegno fino alla fine.
L’Italia sulla carta possiede la base industriale per contare: Fincantieri, Leonardo, MBDA. Ma l’industria non basta se non c’è la volontà politica. Il vertice NATO di Ankara, in agenda per il 2026, sarà il prossimo banco di prova. Roma dovrà presentarsi con un piano credibile – non con cifre riclassificate. Per questo, al di là delle rassicurazioni del ministro Crosetto rispetto ai rischi di tagli e dietrofront del governo rispetto agli impegni assunti, questi ultimi hanno anzitutto bisogno che il governo (questo come quelli del futuro) non si “vergogni” di dirlo apertamente ai cittadini. Tanto più sapendo che volontari italiani sempre più numerosi si stanno sacrificando per proteggere l’Ucraina e, dietro di lei, l’Europa: dell’ultimo caduto, Alex Pineschi, abbiamo saputo proprio ieri.
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