"Facciamo sistema"
Il generale Camporini: “Putin provoca? L’Europa è più forte ma ogni Paese non può produrre il suo carro armato, così si spende di più”
Vincenzo Camporini, generale dell’Aeronautica Militare, già Capo di Stato Maggiore della Difesa e Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, oggi responsabile Sicurezza e Difesa nella Direzione nazionale di Azione, è una delle voci più autorevoli sui temi strategici e militari.
Generale, l’Italia deve davvero aumentare la spesa per la difesa?
«Questo è l’impegno assunto in sede Nato. Un impegno preso non soltanto con gli Stati Uniti, ma con tutti gli alleati. Se l’Europa vuole acquisire una reale capacità di incidere sulle scelte che la riguardano direttamente, deve dotarsi di una capacità militare adeguata. Oggi non ce l’ha. E spesso le risorse che già destiniamo alla difesa non vengono utilizzate nel modo migliore».
Perché?
«Perché abbiamo un’industria della difesa estremamente frammentata. Ogni Paese difende il proprio sistema industriale, produce il proprio carro armato, il proprio equipaggiamento, i propri sistemi. Così si rinuncia alle economie di scala e si finisce per spendere molto di più. Se Europa significa qualcosa, dovrebbe significare anche capacità di progettare e acquisire insieme».
Quindi il problema non è soltanto spendere di più?
«No. Dobbiamo spendere di più, ma soprattutto spendere meglio. Esiste anche un problema di standardizzazione. Se io e il mio collega tedesco utilizziamo lo stesso mezzo, possiamo condividere pezzi di ricambio e supporto logistico. Se invece ogni Paese ha sistemi diversi, aumentano i costi e diminuisce l’efficacia operativa. In Afghanistan lo abbiamo sperimentato direttamente».
Sul piano interno si parla di divergenze tra Giorgia Meloni e Guido Crosetto sulle spese militari.
«Possono esserci state divergenze: Crosetto ha una responsabilità diretta verso gli uomini e le donne delle Forze armate e sente il dovere di garantire loro gli strumenti necessari per svolgere il proprio lavoro con il minor rischio possibile. È naturale che il ministro della Difesa attribuisca una priorità particolare a questi temi».
Gli italiani comprendono questa esigenza?
«Curiosamente sì. Le Forze armate godono di un consenso molto elevato. L’Aeronautica supera il 74 per cento di gradimento e nessuna Forza Armata scende sotto il 71%. Se siamo così apprezzati, allora sarebbe opportuno metterci nelle condizioni di fare il nostro lavoro».
Veniamo al drone russo in Romania. Incidente o provocazione?
«Non mi stupirebbe se si trattasse di un errore tecnico. Chi ha avuto responsabilità operative sa bene che anche i sistemi più sofisticati possono sbagliare. Naturalmente non si possono escludere altre ipotesi. In passato ci sono stati episodi deliberatamente pensati per testare la capacità di risposta e la prontezza dell’Alleanza».
Un segnale rivolto alla Nato?
«Potrebbe essere. Oggi la guerra sta attraversando una fase particolare. Le forze russe non stanno ottenendo i risultati sperati e in alcuni settori hanno addirittura arretrato. In Crimea, per esempio, gli ucraini stanno colpendo con crescente efficacia le linee logistiche russe. Questo crea difficoltà di approvvigionamento molto serie».
Lei intravede un rischio di escalation?
«Il rischio esiste sempre. Se Putin avesse la necessità di mostrare ai suoi cittadini una capacità di minaccia verso l’esterno, potrebbe essere tentato di compiere gesti dimostrativi. La Romania, inoltre, è un Paese strategicamente importante anche per gli equilibri che riguardano la Moldavia».
La Russia potrebbe imitare la strategia iraniana – che risponde a Usa e Israele indirettamente, bombardando gli alleati – e colpire chi sta con l’Ucraina?
«Mi sembra una strategia con fondamenta piuttosto fragili. Non è certo un drone che cade su un condominio a convincere i Paesi europei ad abbandonare Kyiv. Anzi, vediamo continuamente nuovi segnali di sostegno all’Ucraina da parte degli alleati».
Nei giorni scorsi è morto un cittadino italiano impegnato al fianco delle forze ucraine. Qual è la situazione dei volontari stranieri?
«Intanto, dispiace che un nostro concittadino sia caduto in guerra, in Ucraina. Chi decide di armarsi e combattere in un altro Paese lo fa assumendosi responsabilità molto rilevanti. La legge italiana, va ricordato, vieta di arruolarsi nelle guerre straniere».
L’Italia però tarda a sviluppare una cultura della difesa…
«Le Forze armate sono apprezzate, ma manca una diffusa cultura della sicurezza nazionale. Pesano fattori storici, culturali e persino religiosi. In Italia il patriottismo continua a essere guardato con una certa diffidenza».
Come si colma questo ritardo?
«Guardando a modelli che funzionano. Io cito spesso la Finlandia. È un Paese con una forte coesione nazionale. Ha la leva obbligatoria, mantiene una riserva efficiente e può passare in poche settimane da 21 mila effettivi a 300.000 persone addestrate e richiamabili».
È il modello che dovrebbe seguire anche l’Italia?
«Non necessariamente con la leva obbligatoria. Ma certamente con una riserva strutturata. Uno dei progetti del ministro Crosetto va proprio in questa direzione: mantenere addestrato personale che ha già svolto un percorso militare, così da poterlo richiamare rapidamente in caso di necessità».
Se oggi l’Italia subisse un’aggressione, sarebbe pronta?
«Sul piano della difesa aerea disponiamo di un sistema integrato Nato collaudato e affidabile. Diverso è il tema della mobilitazione generale. I nostri tempi non sono adeguati a uno scenario di guerra ad alta intensità. È proprio per questo che dobbiamo restare membri attivi di un’Alleanza forte e coesa».
In sintesi, qual è la lezione da trarre?
«Dobbiamo investire di più nella difesa. Ma soprattutto dobbiamo investire insieme agli altri europei. È l’unico modo per garantire sicurezza, efficienza e credibilità strategica all’Europa».
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