Tornano a contare i candidati
Nuova legge elettorale: il brand del partito non basta, sì alle preferenze
Mettiamo da parte i tecnicismi, le battaglie ideologiche e i contrasti dialettici all’interno dei partiti. Bisogna correre per approvare la prossima legge elettorale? Bisogna anche bruciare le tappe della discussione in Aula e approvarla con la fiducia? Ma poi siamo sicuri che tutto questo possa bastare? Intendiamoci, potrebbe anche andare tutto bene, ma con l’eccezione però che si capisca come deve essere affrontata la sua stesura e soprattutto capire quale deve essere l’intuizione vincente. E sì, bisogna capire soprattutto questo, perché all’orizzonte, forse più vicino di quanto ognuno di noi possa immaginare, ci sono variabili che stanno avanzando molto velocemente, che sicuramente potrebbero vanificare il lavoro del governo sulla riforma della legge e probabilmente capovolgerne gli obiettivi prefissati. Mai come in questo momento bisogna riflettere sul valore del “brand partito” e sul peso politico che esercita chi all’interno del partito occupa un ruolo da dirigente o semplice militante. Ciò che serve è un’analisi politica forte, dritta al punto, che smantelli l’illusione che basti una tessera di partito in tasca per riempire le piazze o raccogliere voti.
Ci vuole di più; più carisma, più credibilità, più presenza, più voglia concreta di fare cose. Perché è proprio quando ci si avvicina alle elezioni che l’elettorato – o per dirla meglio, ciò che resta dell’elettorato attivo – osserva se ancora ci sia in giro qualche figura credibile e condottiera. Il candidato, l’uomo politico di rappresentanza popolare è il messaggio: perché nell’era digitale il “brand del partito” non basta più. Anzi, potrebbe essere contro i gradimenti collettivi. Perché? Molto semplice. Se prima si è professata una linea ferrea su certi argomenti, ma poi le dinamiche politiche, fatte di necessari compromessi e mediazioni, hanno sbiadito questa visione, ecco che vedere punti percentuali in discesa ne è la perfetta conseguenza. Esiste un’illusione ottica che ancora contagia i vertici dei partiti tradizionali: convincersi che basti il simbolo sulla scheda elettorale o il logo sul podio di un palazzetto a garantire l’audience a chi parla. Non è più così. Nella politica contemporanea, la gravità si è invertita. L’audience non la fa più il brand che ti ospita: l’audience la genera il candidato. È il tramonto del voto di appartenenza. Bisogna ben riflettere su questo punto. Perché proprio su questo punto si può cadere facilmente nonostante tutte le varianti che si possano aggiungere nello scrivere una legge elettorale apparentemente perfetta.
Per decenni, i partiti politici hanno funzionato come grandi generatori di pubblico automatico. Il meccanismo era semplice: il brand politico garantiva la fiducia e il candidato ne era il beneficiario. Oggi i partiti sono diventati dei contenitori leggeri, spesso percepiti come burocratici e molto distanti dal popolo. È da qualche mese che il fenomeno Vannacci dimostra questa tesi. Molti delusi migrano dalle loro compagini partitiche perché sono attratti dal brand candidato, dall’uomo forte del momento e non brand partito. Quando un candidato sale sul palco o è in mezzo alla gente, il pubblico non si sintonizza per fedeltà alla sigla, ma si sintonizza se riconosce in quella specifica persona un’autenticità, una capacità di ingaggio e – perché no – un messaggio con una nuova enfasi che coinvolge. Il vero capitale politico attuale si chiama disintermediazione. I candidati più efficaci non aspettano che sia il partito a riempire le loro sale o ad alimentare i loro post; costruiscono la propria audience giorno dopo giorno, parlando direttamente alle persone. Proprio in questo modo sta nascendo e consolidandosi il successo, con tutta evidenza, di Futuro Nazionale con il suo Generale. Il brand di partito offre una struttura logistica e un posizionamento ideologico di massima, ma la differenza deve essere costituita dal fattore umano che indiscutibilmente è più forte.
Il candidato ci mette la faccia, la voce, il carisma e, soprattutto, la fiducia. Se un candidato non ha una propria forza magnetica, una propria narrazione e una comunità che lo segue a prescindere dal simbolo, la sala rimarrà vuota. Al contrario, un candidato con un forte seguito personale è in grado di spostare quell’audience ovunque vada, valorizzando il partito stesso che lo ospita e non il contrario. Se quindi si è ben capito che bisogna parlare necessariamente di “personalizzazione della politica“, altro non bisogna fare che puntare solo su una riforma che contempli le preferenze. L’elettore deve preferire quel candidato che ancora polarizza e lo attrae. E il gioco è fatto.
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