Per il Centcom, il Comando centrale americano che si occupa delle operazioni in Medio Oriente, si è trattato di “autodifesa”. Le postazioni colpite nella notte tra lunedì e martedì lungo le coste del sud dell’Iran erano delle minacce alle navi che transitavano nello Stretto di Hormuz. E queste basi includevano siti di lancio di missili ma anche postazioni da cui partivano imbarcazioni per “posare mine”. La scelta delle parole non è casuale. Il Pentagono ha parlato di “autodifesa” evitando di riconoscerlo pubblicamente come un atto di guerra.

Tuttavia, l’avvertimento nei confronti dell’Iran è chiaro. Il segretario di Stato Marco Rubio, nelle stesse ore dell’attacco, ha detto che Hormuz va riaperto “in un modo o nell’altro”. Quindi o con il negoziato o con le bombe. E da Teheran, che ha rivendicato l’abbattimento di un drone americano Mq-9 sul Golfo Persico, il ministero degli Esteri ha affermato che gli Stati Uniti, con “le azioni aggressive e ingiustificate” che hanno coinvolto il porto di Bandar Abbas e la regione di Hormozgan, “hanno commesso una flagrante violazione del cessate il fuoco”. Più diplomatico il presidente Pezeshkian: in una telefonata con l’emiro qatariota Al Thani, ha dichiarato che Teheran è pronta a raggiungere un “quadro dignitoso” per porre fine al conflitto. E mentre la Guida suprema, Mojtaba Khamenei, ha puntato il dito contro Israele e gli Stati Uniti e le basi Usa in Medio Oriente, i Pasdaran hanno confermato di riservarsi il diritto di rispondere alle operazioni nemiche in qualsiasi momento.

La tensione, quindi, torna a salire in uno dei momenti più complessi di quest’ultima fase del negoziato. Una trattativa che aveva subito un’accelerazione, ma che adesso vive un nuovo rallentamento. In Qatar si è continuato a trattare e la delegazione iraniana (con il presidente del parlamento Mohammed Bagher Ghalibaf) ha confermato dei progressi. La Cina, il cui peso nelle discussioni è stato certificato dalla visita dei principali funzionari del Pakistan impegnati nella mediazione, ha chiesto a Usa e Iran di evitare scelte che possano far naufragare il percorso verso un’intesa.

La mossa di Donald Trump è servita poi a far capire che le divergenze, su Hormuz ma anche sul programma nucleare, restano profonde. E mentre si continua a discutere e il blocco dello Stretto rimane intatto, il raid conferma un dato che il capo della Casa Bianca aveva provato a mascherare. Il presidente si è spesso pronunciato sul fatto che la minaccia iraniana non fosse più un problema. Qualcosa di simile a quanto avvenuto dopo la guerra di giugno e la presunta eliminazione della minaccia nucleare. Insieme a Pete Hegseth, segretario alla Guerra, The Donald aveva espresso la convinzione che le forze Usa avevano il pieno controllo di Hormuz e che i Pasdaran non avevano più alcuna capacità di mettere a rischio l’esercito di Washington. Il raid, invece, ha dimostrato il contrario: i Guardiani della rivoluzione hanno ancora basi e forze in grado di colpire, sia con i missili che con le mine. Tanto che, come ha rivelato il Wall Street Journal, la Marina degli Stati Uniti ha ricominciato ad assistere le navi che passano Hormuz: da ultima, una superpetroliera greca carica di 2 milioni di barili di greggio.

A differenza del presidente e del capo della Difesa, le agenzie di intelligence avevano spesso avvertito del fatto che la Repubblica islamica non fosse così ridimensionata dopo il conflitto. Al netto delle dichiarazioni di fuoco e della propaganda del regime, tutti sanno che Teheran ha ancora carte da giocare. Secondo i servizi americani, in Iran 30 dei 33 siti di lancio lungo lo Stretto di Hormuz sono praticamente operativi. I lanciatori mobili e gli arsenali sono al 70 per cento di quanto erano prima della guerra: segno che il regime ha saputo reggere e reagire. I militari Usa hanno collegato questo problema anche a quello domestico, per Washington della riduzione delle scorte di missili a lungo raggio e altre munizioni pesanti. Motivo per cui molte monarchie del Golfo sono terrorizzate dall’eventualità di un nuovo round bellico tra Iran, Israele e Stati Uniti.