Medio Oriente
Israele preme per la ripresa della guerra in Iran ma Trump blocca Netanyahu e dà fiducia alle trattative degli alleati del Golfo
Il tycoon sospende l’attacco all’Iran previsto per oggi. La decisione arriva su richiesta degli alleati del Golfo per i colloqui in corso. Ma Washington avverte: pronto un assalto su vasta scala se fallisce l’intesa.
Dopo settimane di stallo, Israele preme per una ripresa della guerra contro l’Iran, ma Trump temporeggia. L’obiettivo principale del presidente Usa è porre fine al conflitto e pensa forse di dichiarare vittoria anche solo ottenendo l’eliminazione del materiale fissile iraniano e della capacità di produrlo. Ma il leader israeliano vuole che la Repubblica islamica sia priva di qualsiasi deterrenza, anche quella missilistica. Il primo ministro Benjamin Netanyahu e il presidente Usa hanno discusso di tutto questo nel corso di una conversazione telefonica durata più di mezz’ora, toccando anche la recente visita di Trump in Cina. Ma i colloqui proseguono: il presidente Usa ha convocato per oggi una situation room dove è previsto una seconda telefonata con Netanyahu il cui scopo sarà discutere le opzioni per una ripresa dell’operazione militare.
Il conflitto sta attraversando una fase molto ambigua. Dobbiamo tenere presente che il regime iraniano è stato colpito duramente, ma non è stato sconfitto, pertanto gli Stati Uniti non possono rivendicare alcuna vittoria. La Repubblica islamica sta cercando di guadagnare tempo con una politica di “inganno e temporeggiamento”, una strategia volta a ritardare o a scongiurare una qualsiasi possibile nuova operazione militare. Il regime iraniano infatti ritiene di poter prolungare la crisi per almeno altre due settimane in modo da rendere più difficile per gli Stati Uniti, sia dal punto di vista politico che operativo, riprendere gli attacchi. Teheran considera alcuni eventi internazionali imminenti, tra cui i Mondiali di Calcio e le celebrazioni per il 250° anniversario della fondazione degli Stati Uniti, come eventi che potrebbero scongiurare un attacco imminente.
Teheran è certamente più debole di prima della guerra, tuttavia ha trovato uno strumento di ricatto e di negoziazione molto efficace nello Stretto di Hormuz. I guardiani della rivoluzione islamica non hanno fretta, il controllo dello Stretto offre al regime l’opportunità di tenere Trump in attesa con la speranza di ottenere il miglior accordo possibile che preveda la cancellazione delle sanzioni per continuare a restare al potere. Lo Stretto di Hormuz è diventato dunque il più importante strumento di negoziazione di Teheran. Ma intanto l’impatto del blocco imposto dagli Stati Uniti all’interno dell’Iran è diventato sempre più drammatico perché contribuisce a distruggere una economia già fortemente sotto pressione e questo sta rendendo l’Iran una bomba ad orologeria perché la popolazione sta dando segnali di notevole sofferenza.
Mancano i medicinali e il personale medico, si registrano lunghissime code alle stazioni di servizio per la carenza di carburante e vi è un crescente malcontento pubblico tra i lavoratori, i pensionati e gli imprenditori. Con il blocco di internet imprenditori e professionisti stanno lasciando temporaneamente il Paese migrando verso l’Armenia e la Turchia per potersi collegare con il mondo. Sono migliaia i lavoratori che sono rimasti disoccupati a causa della chiusura delle loro aziende le cui attività dipendono dai mercati globali. C’è chi ha speso tutti i risparmi dell’ultimo anno per rimanere in Armenia anche solo due mesi. Alcuni iraniani hanno dovuto vendere i loro oggetti in oro o i ricordi di casa e quelli delle loro mogli, pur di avere una connessione Internet e non perdere il lavoro.
Queste migrazioni forzate non solo allontanano il capitale umano dal paese, ma impongono anche costi elevati alle famiglie che versano già in gravi difficoltà economiche. Mentre al confine con l’Iran, al valico di Kapiköy, che collega la Turchia orientale con l’Iran settentrionale, il commercio di olio da cucina è uno spaccato dell’enorme crisi. Per i commercianti delle città al confine iraniano, gli alti e bassi della guerra e della crisi economica in Iran hanno apportato un vantaggio inaspettato ai loro affari. Con l’impennata dei prezzi dei beni di prima necessità, possono vendere olio d’oliva, di girasole e di mais con un modesto profitto agli iraniani al confine, i quali a loro volta rivenderanno l’olio all’interno del paese o lo consumeranno. Ad essi si mescolano i contrabbandieri di sigarette e di petrolio e i lavoratori transfrontalieri (i kolbar curdi). Per loro l’olio da cucina è più redditizio delle sigarette che comprano in Turchia e rivendono in patria.
Intanto la TV dei pasdaran ha avviato una capillare propaganda di arruolamento nelle forze paramilitari basij e, nei programmi televisi, i guardiani della rivoluzione mostrano come utilizzare gli AK-47. Il reparto basij da tempo funge da milizia di strada del regime, impiegata per reprimere le proteste, intimidire i civili e imporre il controllo ideologico. Ora il regime è concentrato sulla vera guerra che intende assolutamente vincere per restare al potere: quella interna. Per questo ha impiegato decine di migliaia di mercenari, come quelle irachene di Kata’ib Hezbollah, fatte affluire dalle Forze Qods per rinforzare i ranghi dei basij. A queste milizie si sono unite Hezbollah libanese, le brigate Fatemiyoun afghane, le milizie sciite turche, pachistane e yemenite che stanno seminando il terrore anche di notte nelle città. Instillano un’atmosfera di terrore che non trasmette altro messaggio se non quello di una vera e propria occupazione militare degli spazi urbani ad opera di queste decine di migliaia di brigate fondamentaliste fatte affluire in Iran da ogni angolo del Medio Oriente.
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