Il Board of Peace di Donald Trump non è scomparso: da mesi galleggia senza navigare. Si è insediato a Davos il 22 gennaio 2026, ha tenuto la riunione inaugurale a Washington il 19 febbraio, ha promesso diciassette miliardi per la ricostruzione di Gaza e ha incassato la presenza di Tony Blair e Jared Kushner. Eppure, ad oggi, il National Committee for the Administration of Gaza non è mai entrato nella Striscia, la International Stabilization Force non si è dispiegata, meno di un miliardo dei diciassette promessi è stato trasferito, e la guerra con l’Iran ha spazzato via dall’agenda la questione palestinese.

Le debolezze strutturali del Board vanno dette senza pudore. Trump si è autoassegnato la presidenza senza limiti di mandato e con potere unilaterale di designazione del successore, l’organismo opera fuori dall’ONU pur invocandone la risoluzione nr. 2803, parte del finanziamento è stata attinta da fondi di assistenza internazionale alle catastrofi e voci di bilancio già appostate, mentre i dieci miliardi promessi da Trump attendono ancora un passaggio parlamentare tutt’altro che scontato. È un’architettura personalistica, eterodossa, in alcuni passaggi giuridicamente fragile. Tutto vero. Eppure, è stata quella architettura, e il piano dei venti punti che la precede, a chiudere il gap che ottant’anni di processi di pace formali non avevano chiuso: portare Israele e una controparte palestinese, in questo caso Hamas, a deporre simultaneamente le armi. La tregua di ottobre 2025 esiste, e funzionerebbe meglio se qualcuno si fosse preso la briga di sostenerla.

Qui sta l’errore europeo. Francia, Germania, Regno Unito, Norvegia, Svezia, Spagna, Slovenia, Grecia, Ucraina hanno tutte declinato l’invito al Board. Le motivazioni ufficiali — possibile inclusione della Russia, eccesso di scopo, rischio di legittimare un’iniziativa unilaterale americana — sono in parte difendibili, ma nessuna regge alla prova dei fatti. Si poteva entrare condizionatamente, usando la partecipazione come leva per restringere il mandato e bilanciare la presidenza. Si poteva, soprattutto, mettere capitale: con dieci miliardi europei il Board avrebbe avuto i fondi per partire, con truppe NATO nella ISF il dispiegamento sarebbe stato credibile, con il know-how europeo nella ricostruzione, qualche cantiere si sarebbe aperto. Nulla di tutto questo è successo. Gli europei hanno mantenuto la purezza della loro postura critica e ideologica al prezzo della rilevanza, consegnando a Trump il merito politico esclusivo della tregua e a Netanyahu lo spazio operativo per consolidare i fatti compiuti.

Il precedente storico più calzante è il 38° parallelo coreano. Nel luglio 1953 una linea tracciata per fermare i combattimenti senza chiudere politicamente il conflitto si trasformò nel confine permanente che ancora oggi separa due Stati formalmente in guerra. La Yellow Line sta percorrendo la stessa traiettoria: ogni settimana di stallo è una settimana in cui il provvisorio si fa permanente, e ogni giorno così è un giorno in più regalato ad Hamas per riorganizzarsi. Se l’Europa non riconsidererà la propria posizione, lo scenario più probabile è una inattività permanente. Il Board continuerà a celebrare riunioni rituali, l’NCAG resterà sulla carta, la ISF non si dispiegherà mai, le condizioni umanitarie peggioreranno, la Yellow Line resterà lì. Finché un giorno qualcosa romperà l’equilibrio — un attentato, una rappresaglia, un cambio di governo — e si tornerà a combattere. A quel punto si scriveranno articoli sul fallimento del Board e sulla cecità americana. Ma il giudizio onesto dovrà includere anche l’altro pezzo: che mentre il Board galleggiava senza spinta, il salvagente europeo non è stato lanciato.