Il conflitto in Medio Oriente segna una transizione cruciale verso un nuovo equilibrio internazionale. La guerra all’Iran, in particolare, rappresenta uno spartiacque geopolitico destinato a trasformare profondamente la struttura del potere globale. Al momento, lo scenario iraniano vive una fase di stallo, simile a quella osservata dopo l’Operazione Rising Lion dello scorso giugno. Tuttavia, la ripresa del conflitto appare inevitabile: nessuna delle parti in causa ha raggiunto gli obiettivi strategici prefissati. Gli Stati Uniti e Israele hanno indebolito le élite politiche e militari del regime, danneggiato infrastrutture militari e colpito il programma nucleare iraniano, ma un vero regime change resta lontano.

La presenza americana in Medio Oriente potrebbe ulteriormente aumentare per sostenere un impegno prolungato e prevenire il collasso dell’Idf. Il Pentagono ha chiesto al Congresso un budget per la difesa di 1,5 trilioni di dollari, con costi giornalieri operativi stimati in 25 miliardi, a testimonianza della portata dell’impegno. La prosecuzione del conflitto è motivata anche da dinamiche interne: Netanyahu cerca risultati militari per consolidare consenso in vista delle elezioni di ottobre, mentre l’Iran, nonostante attacchi a Israele e basi americane, non è riuscito a costringere Washington al ritiro né a fermare l’espansione regionale israeliana. Il contro-blocco statunitense sullo Stretto di Hormuz limita ulteriormente le esportazioni iraniane di petrolio, compromettendo una delle principali fonti di reddito dello Stato e spingendo Teheran verso un collasso economico e sociale progressivo.

Il conflitto promette di intensificarsi con effetti devastanti su scala globale. Israele e Stati Uniti mirano alla “balcanizzazione” dell’Iran e al collasso del regime. Ma Teheran dispone di riserve economiche e strumenti finanziari alternativi, come oro e criptovalute, che le consentono di resistere e continuare azioni di guerriglia strategica, incluse offensive missilistiche e attacchi ai sistemi di difesa israeliani. A preoccupare Washington è anche la capacità dell’Iran di condurre guerre asimmetriche su scala continentale, grazie a cellule operative in Nord e Sud America. La combinazione di attentati, destabilizzazione interna e minacce a infrastrutture critiche potrebbe condizionare elezioni, politica interna e sicurezza negli Stati Uniti. Lo scenario futuro indica una guerra destinata a diventare globale e costosa in termini di vite umane, risorse e influenza geopolitica. L’Iran rischia il collasso e la frammentazione, mentre Israele e i Paesi del Golfo potrebbero ottenere vantaggi strategici ma a costi elevatissimi. Gli Stati Uniti vedrebbero ridimensionata la propria influenza e potrebbero favorire un mondo multipolare in cui Cina e BRICS guadagnano terreno economico e politico, senza dover combattere direttamente.