Esteri
“No Kings” e la guerra cognitiva dell’Iran. Mentre l’Occidente dorme in piedi
L’Occidente dorme in piedi. E mentre dorme, qualcuno lavora. Studia, testa, replica, diffonde. Non bombe. Non carri armati. Ma slogan. Simboli. Lessico. Immagini. Emozioni calibrate al millimetro. È la guerra cognitiva, bellezza. E i pasdaran iraniani la combattono molto meglio di quanto noi siamo disposti ad ammettere. In Italia, in Europa, continuiamo a fingere che certe campagne globali nascano spontaneamente. Che milioni di persone, negli stessi giorni, nelle stesse università, nelle stesse piazze, sugli stessi social, inizino magicamente a ripetere identiche parole d’ordine. Stessi colori. Stesse grafiche. Stesse metafore. Stessi nemici. Tutto casuale, naturalmente. Tutto organico. Tutto “dal basso”. Come no. Non c’è nessuna Spectre, intendiamoci. Ma una realtà più sofisticata, fatta di convergenze tra interessi geopolitici, propaganda islamista, attivismo radicale occidentale, piattaforme digitali e pezzi di accademia ideologizzata. Ognuno recita la sua parte. Il risultato finale è un effetto sincronizzato: destabilizzare la percezione pubblica occidentale, disorientare le democrazie liberali, incrinare il consenso verso Israele e verso l’Occidente stesso.
La campagna “From the River to the Sea” non era una filastrocca militante. Era un prodotto comunicativo globale. Un claim. Costruito con precisione pubblicitaria. E non era casuale neppure l’insistenza ossessiva sul mare. Sullo sbocco marittimo. Sui porti. Perché si guardava ad Haifa. Gli analisti di guerra cognitiva lo spiegano da tempo: il porto israeliano è diventato uno snodo strategico decisivo nel Mediterraneo, alterando equilibri economici e logistici regionali. E mentre investitori turchi, russi e cinesi rafforzavano altri scali dell’area, la propaganda “propal” trasformava improvvisamente il mare nel cuore simbolico della contesa. Da qui la Flotilla. Le navi. Gli attracchi. Le acque territoriali. Tutto concentrato su simboli marittimi lontanissimi dalla concreta sofferenza palestinese. Perché la cognitive warfare non ritrae la realtà: la distrae. Costruisce scenografie mentali alterate. Ora che la vecchia campagna, come fanno i veri pubblicitari, è stata archiviata, si può lanciare quella nuova. Che passa da un altro slogan. “No Kings”. Anche stavolta, partenza dai campus americani. Gli stessi campus che Hezbollah, nei propri appunti strategici, considerava terreno fertile per la penetrazione ideologica islamista. Il movimento nasce formalmente contro Donald Trump. “No Thrones. No Crowns. No Kings”. Nessun trono. Nessuna corona. Nessun re.
Davvero vogliamo credere che sia solo una metafora anti-trumpiana? Poco prima della campagna, a ben vedere, stava prendendo corpo l’ipotesi di un ritorno politico di Reza Pahlavi come figura di transizione per l’Iran post-teocrazia. E chi sosteneva, più o meno apertamente, la prospettiva del ritorno della corona a Teheran? Le monarchie sunnite del Golfo. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait. Monarchie vere. Troni veri. Corone vere. Eppure infinitamente più pragmatiche e disponibili a cooperare con l’Occidente democratico rispetto alla teocrazia militarizzata dei pasdaran. Che non a caso ama essere definita “Repubblica Islamica”. Una repubblica, il contrario delle monarchie. E allora quel “No Kings”, ripetuto ossessivamente, assume un’altra luce. Non soltanto anti-Trump ma anti-monarchie arabe filo-occidentali. Anti-normalizzazione con Israele. Anti-assetto mediterraneo emergente. Una campagna multilivello. Perfetta, dal punto di vista cognitivo. Cinque milioni di americani sono scesi in piazza dietro quel frame comunicativo. Non perché telecomandati ma perché immersi dentro una narrazione studiata per orientare inconsciamente simboli, percezioni e appartenenze. Da Mosca a Teheran hanno capito una cosa prima di noi: non serve conquistare territori, se puoi occupare il pensiero. Non serve sfondare confini, se vinci sul piano del consenso. E non occorrono vittorie militari se puoi logorare culturalmente il nemico fino a renderlo incapace di riconoscersi.
© Riproduzione riservata







