Interviste
“La guerra cognitiva si può vincere Casaleggio era netto, la rete vive di libertà”, parla Pietro Francesco Dettori
Pietro Francesco Dettori è comunicatore politico e imprenditore digitale. Ha lavorato con Gianroberto Casaleggio nella stagione del blog di Grillo. Oggi è tra i fondatori e amministratore di Dors Media ed è anima del progetto editoriale Esperia. Con il suo saggio, Riconquistare menti e cuori, uscito in questi giorni con Rubbettino, punta il dito sulla guerra cognitiva.
Dettori, partiamo dal suo percorso professionale. Dove nasce la sua esperienza?
«Ho iniziato a lavorare con Casaleggio nel 2012, nell’ambito della comunicazione di Grillo. Conoscevo già quell’ambiente perché seguivo i loro report sull’e-commerce, sull’intelligenza artificiale, sul digitale. Vedevo Casaleggio come il numero uno della rete. Sapevo che gestivano il blog di Grillo e campagne elettorali importanti».
Che cosa rappresentava Gianroberto Casaleggio?
«Un visionario. Aveva capito prima di molti altri come funzionava la rete. E aveva intuito anche i rischi geopolitici della tecnologia».
In che senso?
«Nel video Gaia e il futuro della politica, del 2008, immaginava uno scontro tra l’Occidente, fondato sulla libertà e sul libero accesso a Internet, e sistemi autoritari come Russia, Cina e Iran, caratterizzati invece dal controllo della rete. Aveva compreso che la libertà digitale sarebbe diventata una linea di frattura tra modelli di civiltà».
Una profezia ancora attuale.
«Assolutamente. Lui pensava che l’Occidente avrebbe vinto proprio grazie alla capacità di usare tecnologia e Internet dentro un contesto democratico. È un tema modernissimo. Oggi facciamo tutto sul telefono: lavoriamo, prenotiamo, comunichiamo. Tranne partecipare davvero alla vita democratica».
Nel suo libro emerge un tema centrale: la crisi dell’Occidente. Di cosa si tratta?
«La guardo da comunicatore. Il problema è che il messaggio delle autocrazie arriva forte e da anni. Russia, Cina, regimi islamici hanno imparato presto a usare i social media. L’Occidente, invece, si è limitato spesso a combattere le fake news. Ma non basta. Bisogna anche raccontare chi siamo, in modo proattivo».
Lei rivaluta persino la parola propaganda. Perché?
«Perché propaganda non è una parolaccia. Lo è diventata dopo gli orrori del Novecento. Ma i primi teorici moderni, da Bernays a Lasswell, la vedevano come uno strumento per orientare democraticamente la società. Durante la Prima guerra mondiale fu usata per sostenere valori democratici universali. Lasswell diceva: “In quanto mero strumento, la propaganda non è più morale o immorale del manico di una pompa”».
Lei sostiene che combattere le fake news non sia sufficiente.
«Esatto. Le fake news sono la punta dell’iceberg. Funzionano perché esiste già un ecosistema narrativo che le rende credibili. Prima arrivano le narrazioni autocratiche, poi le singole falsità. Se ti limiti a smentire una bugia, non scalfisci la struttura che la sostiene».
Qual è allora la risposta?
«Una propaganda occidentale, etica ma efficace. Serve presenza, linguaggio giusto, format adatti ai social. Anche per “fregare” l’algoritmo, se vogliamo dirla così. L’algoritmo vuole trattenere le persone. Gli altri lo hanno capito. Noi ancora no».
La guerra cognitiva oggi si combatte sul telefono?
«Sì. Non più soltanto nelle trincee. Telefonino contro telefonino. Il primo contatto con l’informazione, per oltre metà degli italiani, passa ormai dai social. E lì spesso i contenuti dominanti arrivano da account, creator o pagine che fanno da megafono a visioni autoritarie, talvolta anche inconsapevolmente».
Vale anche per il referendum sulla giustizia?
«Secondo me sì. Sul referendum si è vista una presenza del No molto più forte online. Molti influencer, creator e pagine nati o cresciuti sulla questione Gaza si sono poi spostati sul terreno del No. Questo pone interrogativi seri».
Lei parla di “generazione Gaza”. Che significa?
«È una definizione usata anche dai sondaggisti. Indica una fascia mobilitata da contenuti e narrazioni social molto forti sul conflitto mediorientale, che poi si riversa anche su altri temi politici interni. I contenuti pro-palestinesi rispetto a quelli pro-Israele erano nell’ordine di dieci a uno. Se nove contenuti su dieci dicono una cosa, è naturale che molti la percepiscano come verità dominante».
Perché accade?
«C’è un fattore demografico evidente. Ma c’è anche una carenza di produzione di contenuti alternativi. Con Esperia abbiamo provato a colmare quel vuoto. Non abbiamo ricevuto solo attacchi: migliaia di persone ci hanno ringraziato perché finalmente vedevano anche l’altro lato della medaglia».
Che cos’è oggi Esperia?
«È il primo progetto editoriale di Dors Media, la società che abbiamo fondato e di cui sono amministratore, insieme ai soci Gino Zavalani, che è anche direttore editoriale di Esperia, e Lara Fanti Vogliamo crescere, aumentare la qualità dei creator e dei contenuti, investire in inchieste e sviluppare nuovi strumenti».
State lavorando anche sull’intelligenza artificiale.
«Sì. Abbiamo sviluppato un primo software dedicato alla generazione di contenuti con l’AI. Sarà decisiva in questa competizione comunicativa, perché moltiplica la capacità produttiva. E il numero di contenuti oggi è potere».
Come vede il futuro della comunicazione politica?
«Podcast, creator economy, progetti editoriali digitali come Esperia, Pulp, Will e altri. Tutto questo conterà sempre di più. Il futuro dell’informazione e della politica passerà da lì».
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