"Giustizia domestica"
Querele temerarie spada di Damocle per i giornalisti, i dati mostrano che i magistrati denunciano più di tutti e ottengono risarcimenti elevati
Grazie alla campagna del Riformista e dell’Unità, il dibattito sulla riforma della diffamazione a mezzo stampa è tornato al centro della discussione pubblica. L’obiettivo dichiarato è contrastare le cosiddette querele temerarie, cioè quelle azioni giudiziarie intentate più per intimidire il giornalista che per ottenere giustizia, ribadendo al tempo stesso l’eguaglianza fra tutti i cittadini nei procedimenti per diffamazione.
Sul punto è significativa una ricerca dei professori Pieremilio Sammarco e Vincenzo Zeno-Zencovich, pubblicata sulla rivista Il diritto dell’informazione e dell’informatica. L’indagine ha analizzato circa settecento sentenze depositate presso il Tribunale civile di Roma tra il 2015 e il 2020. I numeri mostrano che sette cause su dieci vengono respinte. Quando però ad agire in giudizio è una toga, il rapporto si ribalta: la domanda risarcitoria viene accolta in circa sette casi su dieci e gli importi liquidati risultano molto più elevati rispetto a quelli riconosciuti agli altri cittadini. Nessuno vuole difendere la diffamazione, e la reputazione è un diritto fondamentale, ma è evidente che esiste un problema di equilibrio. Ed è proprio questo squilibrio a produrre un effetto paralizzante sull’attività giornalistica.
Oggi il giornalista lavora con una spada di Damocle sulla testa. Ogni articolo che tocca temi sensibili — politica, giustizia, magistratura — può trasformarsi in una denuncia, in una richiesta milionaria di risarcimento, in anni di processi civili e penali. Anche quando la causa si conclude con un’assoluzione o con il rigetto della domanda, il danno è fatto: spese legali, tempo sottratto al lavoro e pressione psicologica. Per chi querela, soprattutto in sede penale, il costo è nullo. Per il giornalista denunciato, invece, scatta immediatamente l’obbligo di nominare un avvocato e sostenere spese che, nella maggior parte dei casi, nessuno rimborserà integralmente. Questo meccanismo genera inevitabilmente un effetto intimidatorio. Molti cronisti finiscono per autocensurarsi, molti editori evitano argomenti delicati per non esporsi a contenziosi costosi e imprevedibili.
Il problema emerge ancora di più osservando decisioni giudiziarie spesso difficili da ricondurre a criteri uniformi. Stabilire dove finisca il diritto di cronaca, di critica o di satira e dove inizi la diffamazione è affidato quasi interamente alla sensibilità del singolo giudice. I parametri teorici esistono, ma la loro applicazione concreta resta estremamente variabile. Serve allora una riforma equilibrata: filtri più rigorosi contro le azioni manifestamente infondate, sanzioni per l’abuso del processo, tempi più rapidi per definire le controversie e maggiore tutela per il diritto di cronaca esercitato correttamente. Occorre soprattutto affrontare senza ipocrisie il tema del rapporto tra magistratura e informazione. I dati mostrano che i magistrati querelano più di tutti e ottengono più facilmente risarcimenti elevati. Anche solo il sospetto di una “giustizia domestica” non è un bene per la credibilità del sistema.
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