C’è una data che vale la pena ricordare: il 7 maggio 2026. Quel giorno l’Italia avrebbe dovuto recepire la direttiva europea 2024/1069 — la «Legge Daphne», dedicata alla giornalista maltese assassinata con un’autobomba per le sue inchieste. La direttiva serve a impedire che la querela, istituto nato per tutelare chi è offeso, diventi il randello con cui si azzittisce chi fa domande scomode. Il 7 maggio è passato in silenzio.

L’Italia ha approvato una legge delega che protegge solo i casi transfrontalieri: l’otto per cento del totale. Il restante novantadue — le querele domestiche, quelle che fioccano ogni giorno contro cronisti e avvocati — resta senza scudo. Un ombrello che si apre solo quando non piove.

Domani, 14 maggio, alla Sala Capranichetta di Piazza Montecitorio, Il Riformista e L’Unità organizzano un incontro pubblico contro le querele intimidatorie. Ci sarò anch’io. E, con la franchezza che mi è consentita da quasi trent’anni di toga, non posso fare a meno di aggiungere qualcosa di più intimo: qualche volta mi sono chiesto perché certi argomenti li abbia affrontati meno di quanto avrei voluto.

Non per mancanza di idee. Per quel calcolo silenzioso che ognuno fa, prima o poi, quando sa che le parole hanno un prezzo. Calamandrei scrisse che la libertà non è un dono: è una conquista quotidiana che si perde ogni volta che si smette di difenderla. Vittime di una querela temeraria possiamo essere tutti — il giornalista, il medico, il semplice cittadino che denuncia un abuso. E anche chi, come me, scrive su questo giornale da anni. Se un giorno non mi trovate più qui, non cercate spiegazioni complicate. Guardate chi ho disturbato la settimana prima.

 

www.stefanogiordanoepartners.it