L'iniziativa di Riformista e Unità
Legge anti-querele, coalizione bipartisan per la libertà di stampa
Undici magistrati contro due quotidiani. Ventitré procedimenti intentati in sei anni. Un milione e 550 mila euro di pene pecuniarie richieste, oltre a ulteriori provvisionali che portano il totale a circa due milioni di euro. Sono i numeri che hanno aperto, e inevitabilmente segnato, il confronto pubblico sulle querele temerarie promosso da Il Riformista e L’Unità nella Sala Capranichetta, a pochi passi da Montecitorio. Due esempi che accendono un faro sull’emergenza-querele, tema che affligge l’editoria, puntando a scoraggiare chi scrive e a convincere gli editori a non occuparsi troppo da vicino del pianeta giustizia. Aldo Torchiaro ha aperto la conferenza “Contro le querele intimidatorie, per la libertà di stampa”, illustrando dati, procedimenti e nomi che negli ultimi anni hanno coinvolto le due testate. I magistrati citati nel corso dell’iniziativa sono Raffaele Cantone, Gian Carlo Caselli, Giuseppe Cascini, Piercamillo Davigo, Nicola Gratteri, Guido Lo Forte, Giovanni Melillo, Franco Roberti, Roberto Scarpinato, Gaspare Sturzo e Henry John Woodcock.
Un elenco che, nelle intenzioni degli organizzatori, non rappresenta un atto d’accusa personale ma il sintomo di una tensione crescente tra diritto di cronaca, potere giudiziario e libertà d’informazione. «La maggior parte delle querele per diffamazione vengono archiviate o vinte dai giornalisti», ha osservato Torchiaro. «Ma la stragrande maggioranza delle querele promosse da magistrati arriva a giudizio e spesso viene vinta dai magistrati. È un meccanismo curioso. Noi vogliamo avanzare proposte, aprire un confronto pubblico e arrivare a una nuova legge». La conferenza, dal titolo “Contro le querele intimidatorie, per la libertà di stampa”, ha riunito direttori di giornale, parlamentari, avvocati, magistrati e rappresentanti dell’Associazione nazionale magistrati in un dibattito che ha assunto fin dall’inizio una dimensione non soltanto giuridica, ma politica e culturale. Al centro del confronto la necessità di trovare un equilibrio tra due diritti costituzionalmente garantiti: la tutela della reputazione personale e la libertà di stampa. Ma soprattutto il timore che la querela per diffamazione possa trasformarsi, nei fatti, in uno strumento di pressione economica e professionale contro chi fa informazione. Sul tavolo è stata presentata anche una piattaforma di proposte per una nuova legge a tutela dell’editoria. Tra i punti discussi: scoraggiare le querele temerarie sulla diffamazione a mezzo stampa; evitare condanne penali senza accertamento della falsità; escludere la responsabilità civile in assenza di dolo; introdurre parametri certi e proporzionati per le eventuali sanzioni economiche; riparametrare il tetto delle pene pecuniarie; ribadire l’eguaglianza tra tutti i cittadini, «con la toga e senza la toga», nelle sentenze di condanna per diffamazione.
Piero Sansonetti, direttore de L’Unità, ha richiamato il valore costituzionale del pluralismo dell’informazione. «Lo Stato di diritto non può funzionare se non funziona il sistema pluralista dell’informazione», ha detto. «Le querele sono legittime. Il problema nasce quando vengono usate dal potere come strumento di intimidazione nei confronti di un altro potere, quello della stampa. E questo accade soprattutto quando a intimidire sono il potere politico o quello giudiziario». Claudio Velardi, direttore de Il Riformista, ha insistito sulla necessità di una responsabilità condivisa tra i tre grandi poteri che incidono sulla vita democratica: politica, magistratura e informazione. «Il giornalismo ha un enorme potere», ha osservato. «E tutti e tre questi poteri devono avere il proprio grado di responsabilità». Da qui l’appello finale: costruire «una coalizione tra magistrati, politici e giornalisti» per aggiornare le norme sulla diffamazione e sulla tutela della libertà di stampa. Il confronto ha coinvolto anche esponenti di maggioranza e opposizione. Deborah Bergamini, deputata di Forza Italia, ha ricordato come «dal 1992 il rapporto tra giornalismo, giustizia e istituzioni sia rimasto un nodo mai realmente sciolto». «Bisogna difendere la capacità di criticare — non di ingiuriare — e contemporaneamente tutelare la reputazione delle persone», ha spiegato. Il senatore di Fratelli d’Italia Sandro Sisler ha definito «sbagliate» le querele temerarie, pur ribadendo che «diffamazione e calunnia restano fatti gravi». Luigi Marattin ha richiamato la necessità di garantire contemporaneamente «il diritto della persona a difendersi» e «quello della stampa a non essere intimidita». Walter Verini, senatore del Partito Democratico, ha difeso con forza il ruolo del giornalismo investigativo: «Il giornalismo d’inchiesta è una necessità fisiologica per questo Paese». E ha aggiunto: «Se prima della fine della legislatura riuscissimo ad approvare una nuova legge, sarebbe un segnale importante».
Tra gli interventi più attesi quello di Antonio Di Pietro, ex magistrato del pool Mani Pulite ed ex leader politico. La sua riflessione ha unito esperienza giudiziaria e sensibilità garantista maturata negli anni successivi. «Il giornalista può dire ciò che vuole, ma con un limite netto: il fatto vero», ha spiegato. «Il fatto vero è una cosa, il fatto verosimile è un’altra». Di Pietro ha ricordato che nel codice esiste già una norma contro la temerarietà delle querele, «ma viene applicata troppo poco». Anche il segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati, Rocco Maruotti, ha riconosciuto l’esistenza del problema: «Mi preoccupa il tema delle querele temerarie quando vengono usate per tacitare, spaventare e limitare l’azione della stampa». Ma ha anche ribadito che chi subisce notizie false deve poter agire in giudizio.
Maruotti ha poi ricordato che il 7 maggio è scaduto il termine per il recepimento della direttiva europea anti-SLAPP, «recepita solo in parte». «È stata un’occasione potenzialmente persa», ha osservato, sottolineando come diverse proposte di legge siano ferme in Parlamento e non abbiano mai raggiunto l’Aula. Giuseppe Visone, sostituto procuratore della DDA di Napoli, ha concluso indicando la strada tecnicamente possibile. E più giusta. Quella di una nuova legge a tutela dell’editoria che fissi dei paletti precisi per la querelabilità, basata sul principio della veridicità – il termine più appropriato – e scagioni da subito, in sede predibattimentale, i casi privi di dolo.
Alla conferenza hanno partecipato, tra gli altri, l’avvocato Stefano Giordano, Maurizio Pizzuto di Giornalisti 2.0, il presidente di Stampa Romana, Paolo Tripaldi, il segretario nazionale di SD – Socialdemocrazia, Umberto Costi, gli avvocati Alfredo Sorge, del Foro di Napoli e Claudio Mazzoni, del Foro di Roma. E personalità impegnate in politica al di fuori delle istituzioni come l’europeista Piercamillo Falasca e Fabrizio Cicchitto, Fondazione per il Socialismo. Il confronto si è chiuso con l’appello finale di Claudio Velardi: «Serve una coalizione, quella qui presente, per scrivere insieme una legge a tutela dei giornalisti e di chi fa i giornali». Un asse inedito, almeno nei toni e nelle intenzioni. E quantomai importante. Perché il punto non riguarda soltanto le querele. Ma il rapporto, sempre più fragile, tra giustizia, informazione e libertà democratica.
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