Filippo Nani è presidente di FERPI, Federazione delle Relazioni Pubbliche, dal gennaio 2023 (appena rieletto per il secondo mandato) e Senior Partner di Eprcomunicazione SpA. Da oltre venticinque anni si occupa di relazioni pubbliche, comunicazione strategica e rapporti con la stampa. Al Riformista racconta come sta cambiando il mestiere dell’informazione. E lancia un allarme sulle querele temerarie – e intimidatorie – e sulla necessità urgente di aggiornare una normativa ormai fuori dal tempo.

Come è cambiato il mondo della comunicazione?
«In maniera radicale. Oggi le piattaforme sono diventate i veri gatekeepers dell’informazione. È il trionfo della disintermediazione. Quando ho iniziato mandavo i comunicati stampa via fax entro le undici del mattino, altrimenti finivano nel cestino. Oggi ricevo comunicati a mezzanotte. Tutti comunicano tutto, dunque serve ancora più professionalità».

È cambiata la meccanica della macchina?
«Totalmente. Una volta il riferimento era il giornalista di redazione. Costruivi relazioni, fiducia, continuità. Oggi hai una frammentazione infinita di interlocutori, stakeholder, piattaforme, creator, influencer. È un ecosistema caotico».

Veniamo alle querele temerarie. State osservando il fenomeno con preoccupazione?
«Molto. Noi diciamo una cosa semplice: la reputazione è un bene prezioso. Ma non si difende con strumenti intimidatori. Si difende con trasparenza, correttezza, diritto di replica».

Però molti giornalisti denunciano un uso intimidatorio delle querele, soprattutto in certi ambienti.
«E infatti bisogna distinguere tra tutela legittima della reputazione e strategia del bavaglio. Perché oggi esiste anche questo rischio. Se una richiesta risarcitoria sproporzionata viene usata come clava, allora il problema democratico esiste».

Il punto è che tanti giornali ormai rischiano di chiudere.
«Ed è un rischio reale. Se applichi oggi regole pensate negli anni Sessanta a un settore in crisi strutturale, fai danni enormi. Le richieste milionarie possono diventare semplicemente un’arma per stroncare economicamente una testata».

La legge sulla stampa del 1963 regge ancora?
«Direi che la risposta è abbastanza evidente. Viviamo in un altro pianeta. Oggi ci sono piattaforme, social network, moltiplicazione delle fonti, velocità assoluta. È necessario un riassetto normativo profondo».

Che cosa dovrebbe prevedere una riforma seria?
«Per esempio strumenti di rigetto rapido delle azioni manifestamente infondate. Sanzioni davvero dissuasive contro le querele abusive. E soprattutto limiti alle richieste risarcitorie sproporzionate».

Bisogna mettere un tetto alle condanne pecuniarie contro i giornali?
«Io credo di sì. Oggi il settore dell’editoria vive una crisi drammatica, con copie vendute ridotte ai minimi storici e ricavi pubblicitari sempre più fragili. Continuare ad applicare meccanismi sanzionatori concepiti negli anni Sessanta rischia di produrre un effetto devastante: non tutelare la reputazione, ma spegnere le testate. E un giornalismo economicamente intimidito diventa inevitabilmente più debole».

Un giornalismo debole serve a qualcuno?
«Secondo me no. Un giornalismo impoverito, intimidito o asservito fa perdere tutti. Se il giornalismo perde credibilità il sistema democratico si indebolisce. A magistrati, politici, imprenditori consiglio di accettare il principio democratico del confronto pubblico. Nessun potere dovrebbe considerarsi sottratto al diritto di critica. La reputazione non si costruisce intimidendo chi fa domande, ma rispondendo».

In fondo la vera sfida è salvare insieme reputazione e libertà di stampa. È possibile?
«Deve esserlo. La trasparenza, la correttezza e il rispetto reciproco sono gli unici strumenti seri per tenere in piedi la fiducia pubblica. Se invece prevale la logica della paura o della punizione economica, allora perdiamo tutti: comunicatori, giornalisti e cittadini».

Avatar photo

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.