Poco più di un mese fa ci siamo guardati negli occhi, dentro la redazione, insieme al nostro editore, e abbiamo capito che non si poteva più continuare a fare finta di nulla. A un certo punto i problemi smettono di essere soltanto amministrativi, contabili o legali. Non si tratta più di avvocati che bussano alla porta, di fascicoli accumulati sulle scrivanie, di richieste di risarcimento sproporzionate. Quando tutto questo diventa sistematico, anno dopo anno, il problema cambia natura: diventa politico e democratico. Così abbiamo deciso che le persecuzioni giudiziarie subite dal Riformista dovessero finalmente entrare nel dibattito pubblico. Lo abbiamo fatto nel modo più semplice e netto: pubblicando una pagina con l’elenco — peraltro parziale — delle condanne per diffamazione inflitte al nostro giornale.

Pensavamo di compiere un gesto isolato, azzardato, magari destinato a cadere nel vuoto. E invece è accaduto qualcosa che non avevamo previsto. Nei giorni successivi si è incrinato il muro di rassegnazione che circonda il giornalismo italiano. Molti hanno riconosciuto in quella lista non solo la storia del Riformista, ma una condizione che riguarda una parte crescente dell’informazione italiana. Ha raccolto per primo il testimone il Partito Radicale, poi si è mosso il mondo del giornalismo: colleghi, direttori, editori, associazioni professionali hanno iniziato a capire che non eravamo davanti al caso particolare di un giornale “scomodo”, ma a un problema strutturale. Anche molti esponenti politici hanno deciso di esporsi al nostro fianco. Persino le associazioni della magistratura, con cui il confronto è sempre stato franco e talvolta duro, hanno compreso che il nostro obiettivo non era aprire una guerra contro i giudici, ma denunciare una deriva ormai insostenibile.

Il punto è semplice. In una democrazia liberale non è possibile consentire che querele e cause civili vengano usate come strumenti di intimidazione economica contro chi fa informazione. Né i giornalisti né gli editori possono lavorare sotto il ricatto permanente di richieste di risarcimento abnormi. Non è normale che chi svolge un lavoro di critica, controllo e verifica del potere debba convivere con la prospettiva di condanne da centomila o duecentomila euro per ogni singola causa. Cifre di questo genere, nella stragrande parte dei casi, non misurano un danno reale. Finiscono invece per assumere una funzione intimidatoria: scoraggiano, logorano economicamente le redazioni, spingono verso l’autocensura preventiva. Sono una tassa occulta sul dissenso e sul pensiero critico. Naturalmente nessuno mette in discussione il diritto di chi si ritiene diffamato a ottenere tutela. La reputazione delle persone è un bene serio e va protetto. Ma una cosa è il diritto alla tutela, altra cosa è l’uso distorto degli strumenti giudiziari come arma di pressione economica contro l’informazione. Il problema diventa ancora più delicato quando le querele arrivano da magistrati. In qualunque sistema democratico il giornalismo deve poter esercitare una funzione di controllo anche nei confronti del potere giudiziario. È fisiologico, sano, necessario. Ma oggi troppo spesso accade il contrario: il cronista che critica una decisione, un comportamento o un orientamento culturale della magistratura si ritrova esposto a richieste risarcitorie capaci di mettere in difficoltà lui e l’azienda per cui lavora.

Per questo siamo arrivati alla conclusione che la giurisprudenza che si è consolidata negli ultimi anni non è più sostenibile, e che serve una legge nuova: che impedisca il paradosso per cui un’assoluzione penale venga svuotata da una successiva condanna civile abnorme; che introduca limiti chiari ai risarcimenti; che colpisca severamente le querele temerarie e le cosiddette SLAPP, cioè le azioni giudiziarie usate per intimidire e zittire il giornalismo. Perché il diritto di critica non è una devianza democratica, ma la condizione fondamentale di una società libera. Di questo discuteremo stamattina, in un incontro che consideriamo come un cantiere aperto per riformare norme anacronistiche, arbitrarie e liberticide. Siamo partiti da soli, ma avvertiamo che intorno alla nostra battaglia si sta raccogliendo un pezzo importante del Paese che non vuole rassegnarsi a un’informazione intimidita e silenziosa. Non chiediamo privilegi, immunità o zone franche. Chiediamo soltanto che il mestiere di informare possa tornare a essere esercitato in condizioni normali: con libertà, sostenibilità economica e garanzie democratiche.