Non servono più i roghi. Non servono le liste di proscrizione, né i tribunali speciali. Ai nuovi inquisitori basta una querela. Meglio se milionaria. Meglio se lunga, costosa, estenuante. Non importa vincerla: basta trascinare un giornale per anni dentro un’aula di tribunale, dissanguarlo tra avvocati, udienze, richieste risarcitorie, tempo sottratto al lavoro. La pena, ormai, coincide con il processo.

È questa la forma moderna della censura nelle democrazie fragili: non impedire di scrivere, ma rendere economicamente insostenibile farlo. Non vietare un’inchiesta, ma convincere il cronista che la prossima potrebbe costargli la serenità, il patrimonio, il lavoro. Le querele temerarie, anzi: intimidatorie sono diventate il manganello elegante dei potenti suscettibili. Quando poi sono i magistrati a querelare, l’archiviazione, che riguada un alto numero di procedimenti normali, diventa una rara eccezione. Naturalmente il diritto di difendersi da una diffamazione esiste ed è sacrosanto. Ma qui il punto è un altro: l’abuso sistematico dell’azione giudiziaria come arma di deterrenza. Perché il vero obiettivo non è quasi mai ottenere giustizia: è scoraggiare il giornalista, intimidire l’editore, piegare economicamente la redazione. Il giornalismo d’inchiesta, per definizione, disturba. È urticante. Accende fari dove altri preferirebbero il buio. Eppure in Italia si continua a considerare il cronista investigativo come un fastidio da neutralizzare, più che come un presidio democratico da proteggere. Così il pluralismo non muore sotto i colpi della censura esplicita, ma sotto il peso della paura.

C’è poi un dettaglio quasi grottesco. In un Paese che si riempie la bocca di Europa, la direttiva anti-SLAPP resta bloccata nei cassetti parlamentari. Ferma. Perché? Nel frattempo, i numeri crescono. Giornalisti minacciati, redazioni sotto pressione, cronisti costretti a vivere sotto scorta. E insieme alle minacce fisiche avanzano quelle finanziarie, più sofisticate e spesso più efficaci. Ecco perché serve una nuova legge sull’editoria. Non l’ennesimo maquillage burocratico sui contributi pubblici, ma una riforma capace di introdurre sanzioni davvero dissuasive contro chi usa le querele come clava intimidatoria. Bisogna scoraggiare l’abuso del diritto, distinguere l’errore giornalistico dalla persecuzione economica, impedire che una causa civile possa mettere in ginocchio una redazione ancora prima della sentenza. La questione non riguarda soltanto i giornalisti. Riguarda i cittadini. Perché ogni cronista intimidito è un pezzo di diritto all’informazione che arretra. Ogni redazione costretta all’autocensura è una vittoria del potere opaco. Ogni causa usata per intimidire è una ferita inferta alla democrazia liberale.

Per questo oggi Il Riformista ha convocato alle 11 un incontro pubblico presso la sala Capranichetta mai tanto urgente. Un confronto aperto con Piero Sansonetti e Claudio Velardi, insieme a Deborah Bergamini, da sempre in prima fila nelle battaglie garantiste, Antonio Di Pietro, Stefano Giordano, Luigi Marattin, Giuseppe Visone e Sandro Sisler. Perché la libertà di stampa non è una questione corporativa: è la misura della salute democratica di un Paese.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.