Ha ragione il ministro Nordio, ci vorrebbe proprio una nuova “legge Pecorella”, per vietare al pubblico ministero di ricorrere contro le sentenze di assoluzione. Peccato però che nel 2007, un anno dopo la votazione del Parlamento, l’Alta Corte abbia dichiarato incostituzionale la norma perché violava il principio di uguaglianza (art. 3) e anche quello del giusto processo (art. 111). Come se, detto in termini pratici e poco giuridici, ogni giorno nelle nostre aule di tribunale si assistesse a processi giusti celebrati nel contraddittorio e parità delle parti.

Le tappe del processo di Garlasco

Ma siamo sicuri di conoscere davvero come è andata a Garlasco dopo il tragico 13 agosto del 2007, quando Chiara Poggi è stata assassinata? Intanto non c’è stata una corte d’assise a giudicare l’imputato in primo grado, in quanto l’eccellente avvocato Angelo Giarda, difensore di Alberto Stasi, aveva scelto il rito abbreviato. Il primo processo si svolse davanti al giudice per le indagini preliminari Stefano Vitelli. Un magistrato scrupoloso, cui però fu sottratta la prova principale, quella della bicicletta. Quindi, per capire il “caso Garlasco”, occorre prima conoscere il “caso Marchetto”. Il comandante della stazione dei carabinieri che per primo condusse le indagini sul delitto evitò di sequestrare a Stasi la sua bici nera da donna uguale a quella che due testimoni avevano dichiarato di aver visto appoggiata al muretto della villetta dei Poggi nell’ora del delitto, poi scomparsa circa un’ora dopo. Il maresciallo Francesco Marchetto fu poi processato per falsa testimonianza. Durissima la motivazione con cui i giudici della corte d’appello di Milano nel 2017 hanno dovuto sancire il “non luogo a procedere per intervenuta prescrizione” del reato.

Si sarebbe potuto assolvere

L’ex maresciallo – hanno scritto – ha provocato un “grave sviamento” delle indagini “sull’omicidio Poggi con la sua falsa testimonianza sulla bici nera da donna, davanti al gup di Vigevano, Vitelli” nel processo di primo grado. Quando poi si è arrivati all’appello, inspiegabilmente la Corte non accoglierà le richieste accorate della famiglia Poggi perché si riaprisse l’istruttoria. Sarà poi la cassazione con il rinvio a un’altra corte, a fare finalmente celebrare un vero processo. Quello che, coordinando tutti gli indizi, “gravi precisi e concordanti”, arriverà alla condanna di 16 anni, con lo sconto di un terzo previsto dal rito abbreviato.
Si sarebbe potuto assolvere, applicando il comma 2 dell’articolo 530 del codice di procedura penale, quando la prova è considerata insufficiente o contraddittoria, Alberto Stasi? Forse si, e forse no. Processo indiziario, certo.

Indizi consistenti, però, come le tracce insanguinate delle scarpe numero 42, l’impronta della mano sul dispenser del sapone nel bagno dove l’assassino si è lavato le mani e la traccia del piede sul tappetino, la ricostruzione della camminata che comportava calpestare sangue, la ricostruzione fatta dal ragazzo su tempi e modi del presunto ritrovamento del corpo, fino alla singolare gelida chiamata al 118. Ma soprattutto la quantità ingente del Dna di Chiara ritrovata sulla bici “sbagliata”, quella di colore bordeaux con i pedali sostituiti. E poi tutti i pasticci, perché le scarpe a Stasi furono sequestrate solo il giorno dopo ed erano pulite. E la famosa bici nera da donna comparve solo al processo d’appello-bis, e sono passati ormai sette anni, e il maresciallo Marchetto chiamato a testimoniare dirà che non è quella. Con una specie di gaffe, visto che ha pedali autentici.

Ma, insieme a questi indizi, quel che di meno convincerà i giudici del secondo appello e in seguito la cassazione (ma ci saranno poi due tentativi falliti di revisione alla corte d’appello di Brescia e altri due rigetti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) è il racconto di Stasi “scopritore” del corpo di Chiara. Però non è stata mai trovato l’oggetto con cui Chiara è stata uccisa né è stato attribuito un movente al condannato. Il quale si è sempre proclamato innocente e questo va rispettato. Il che non dove però esimere nessuno dal trattare con molta prudenza il caso di Andrea Sempio, il novello indagato, nei cui confronti a oggi esistono indizi molto più fragili di quelli che avevano portato a processo Alberto Stasi.

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Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.