Antonio Di Pietro, ex magistrato simbolo di Mani Pulite, già ministro e fondatore dell’Italia dei Valori, torna a riflettere sul rapporto tra giustizia, informazione e democrazia nel suo libro La giustizia vista da vicino (Piemnme). In questa conversazione con Il Riformista affronta il nodo delle querele temerarie, il ruolo del giornalismo investigativo, i limiti della magistratura e gli eccessi che hanno attraversato la stagione post-Tangentopoli. Con una tesi netta: il diritto di critica va difeso, soprattutto quando riguarda il potere.

Di Pietro, lo vede anche lei un problema di querele temerarie e intimidatorie contro i giornalisti?
«Esistono le querele meritevoli e le querele criminali. Quelle meritevoli servono a difendere l’onore e la reputazione rispetto a un fatto falso raccontato come vero. E purtroppo accade spesso che notizie non vere, soprattutto attraverso la rete e la ripetizione da parte di altri mezzi d’informazione, finiscano per diventare verosimili e quindi credute vere».

Lei distingue però tra errore giornalistico e intimidazione giudiziaria. Dove passa il confine?
«Il fatto deve essere vero. Una volta che il fatto è vero, il diritto di critica non lo puoi limitare, perché se lo limiti finisce la democrazia. Ma oggi la querela, in molti casi, è passata da atto difensivo ad atto offensivo. Soprattutto da parte di chi ha il potere di mettere in difficoltà chi racconta una notizia».

Scusi se cito Report, che con una sua inchiesta pose fine alla sua carriera politica. Perché decise di non querelare Milena Gabanelli?
«Perché sarebbe stata una querela temeraria. Io ho sempre detto che preferisco vivere in un Paese con dieci, cento, mille Gabanelli piuttosto che in un Paese senza giornalismo investigativo. In quella vicenda furono riferiti fatti non veri, tant’è che io fui prosciolto e vennero addirittura condannati coloro che avevano rilasciato le interviste. Ma Gabanelli aveva fatto il suo dovere: aveva verificato, raccontato, posto domande».

Eppure lei stesso è stato querelante in diverse occasioni.
«Sì, ma solo quando il fatto era palesemente falso. Berlusconi mi ha pagato centomila euro perché disse che io non avevo la laurea. Ma la laurea ce l’ho. L’ex presidente della Cassazione Carnevale fu condannato a risarcirmi per aver sostenuto che ero stato favorito durante un esame. Persino un giudice della Corte Costituzionale ha dovuto pagarmi le spese. A me puoi dire che sono capellone o calvo, ma non puoi dire che sono biondo».

Qual è allora la riforma necessaria?
«Il Parlamento dovrebbe intervenire su due punti. Primo: allargare le maglie della responsabilità non solo alla temerarietà, ma anche all’infondatezza delle querele. Oggi il giudice dichiara raramente la temerarietà perché la norma è troppo restrittiva. Secondo: chi promuove una causa infondata deve pagare davvero le conseguenze».

In che modo?
«Non soltanto le spese legali. Oggi si usa la formula delle spese compensate. Chi querela ingiustamente dovrebbe risarcire anche il danno subito dal giornalista, che magari per anni perde credibilità, lavoro, serenità professionale. Il giornalista querelato subisce un danno reale».

Il diritto di critica deve essere più ampio verso chi esercita il potere pubblico?
«Ma certo. E questo include politica e magistratura. Il potente ha il dovere di essere sottoposto alla critica. Anzi, nei confronti del potente dovrebbe quasi esserci un’inversione dell’onere della prova, perché chi detiene il potere ha più strumenti per dimostrare la propria versione dei fatti».

Da ex magistrato, percepisce un fastidio della magistratura verso la critica pubblica?
«Parlo per esperienza personale. Quando ero magistrato e venivo diffamato, ottenevo dieci di risarcimento. Quando ero politico, cinque. Quando ero semplice cittadino, uno. E cambia anche la velocità della giustizia: da magistrato ottenevo sentenze in tre mesi, da politico in sei, da comune cittadino in tre anni».

Lei oggi appare molto più garantista rispetto agli anni di Mani Pulite.
«Non ho cambiato idea. È che nella vita ho fatto il magistrato, ma anche l’avvocato, l’indagato, l’imputato, il politico. Ho visto tutti i lati del sistema. La mia storia finisce il 4 dicembre 1992. Dopo, non si chiama più Di Pietro: si chiama “Di Pietrini”».

Che cosa intende?
«Che negli anni successivi molti hanno cercato non più chi aveva commesso un reato, ma se qualcuno di noto avesse commesso un reato. È diverso. Si è passati dallo Stato di diritto allo Stato della politica.»

Lei è critico anche sul principio di obbligatorietà dell’azione penale?
«L’obbligatorietà dell’azione penale è una formula bellissima. Ma se ho mille fascicoli, quali scelgo? Quelli che fanno parlare o quelli che fanno parlare di me? A quel punto non è più obbligatorietà e neppure discrezionalità: diventa arbitrio.»

Nelle sue parole c’è anche una critica al rapporto tra certa magistratura e certo giornalismo.
«Sì. C’è stato troppo spesso un innamoramento delle tesi. Da parte di giornalisti e magistrati. E questo richiede autocritica da entrambe le categorie. Io l’ho detto anche sulla vicenda Borsellino: conosco quei fatti, parlai con Borsellino e Falcone. Ma oggi assistiamo a quaranta giornalisti che scrivono al Capo dello Stato per orientare indagini o narrazioni. Questo connubio tra certa magistratura e certo giornalismo va affrontato».

C’è una lezione finale che sente di aver imparato attraversando tutti i ruoli della giustizia italiana?
«Una lezione, dice? Mi sono sempre difeso nel merito. Ho sempre cercato prima una sentenza che mi desse ragione. Troppo spesso non ho avuto la possibilità di rendere pubblica quella verità con la stessa forza con cui era stata diffusa l’accusa».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.